Speciale
Elezioni Americane
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By Giorgio Esposito





L'elezione di Trump tra scetticismo e leader mondiali ipocriti, Italia in testa

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MIAMI (USA) - L'elezione di Trump ha dato una svolta sostanziale al futuro dell'occidente fino a rendere instabile il solo pensiero di cosa accadrà successivamente all'insediamento previsto per il prossimo 6 gennaio 2017. Tra scetticismo ed evocazioni per un ritorno al sentimento nazionale, oramai perso con i democratici al potere, il nuovo presidente si troverà a confrontarsi soprattutto con leader ipocriti che avevano da subito sentenziato una disfatta del Tycoon.

L'unica nota veritiera è pervenuta nella stessa notte da parte del premier israeliano Benjamin Netanyahu che si è congratulato con Donald Trump per la sua elezione alla presidenza degli Stati Uniti, definendolo "un vero amico dello Stato di Israele".

"In queste ore il mondo saluta l'elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump. A nome dell'Italia mi congratulo con il Presidente degli Stati Uniti d'America e gli auguro buon lavoro, convinto come sono, e come siamo, che l'amicizia italo-americana continuerà ad essere forte e solida". Questo il commento del presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Secondo il premier "il presidente Trump sarà ben diverso dal candidato Trump e lo abbiamo visto già oggi nel suo primo discorso. La sua presidenza è un fatto inedito e per alcuni versi sorprendente. Il nostro è un augurio di buon lavoro e di rispetto del risultato, come è giusto che sia''.

"Le relazioni tra Ue e Usa sono una componente chiave della stabilità globale. L'Ue è impegnata a mantenere queste relazioni. Speriamo che la stessa cosa sia vera per il futuro presidente degli Usa". Così il presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, in una nota, dopo l'annuncio della vittoria di Donald Trump. Congratulazioni al presidente eletto americano Donald Trump sono arrivate da Angela Merkel. La cancelliera tedesca ha offerto a Trump la "stretta collaborazione" della Germania basata sui valori condivisi dai due Paesi.

Anche il presidente russo Vladimir Putin si è congratulato con Donald Trump per la sua vittoria alle elezioni presidenziali americane. Lo riferisce il Cremlino. Putin - riporta l'agenzia Tass - si è augurato che i rapporti tra Russia e Stati Uniti possano uscire dalla crisi, grazie a un lavoro congiunto. Il leader russo si è detto inoltre certo che il dialogo tra Mosca e Washington, basato sul rispetto reciproco, possa rispondere agli interessi di entrambi i Paesi.

I risultati delle presidenziali negli Usa segnano l'inizio di una "nuova era". Lo afferma il presidente turco Recep Tayyip Erdogan che, da Istanbul, augura "agli Usa un futuro di successo" dopo la vittoria di Donald Trump. Erdogan spera che questo risultato contribuisca a promuovere "i diritti e le libertà fondamentali, la democrazia nel mondo e lo sviluppo regionale".

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è congratulato con Donald Trump per la sua elezione alla presidenza degli Stati Uniti, definendolo "un vero amico dello Stato di Israele".






Donald Trump eletto 45esimo presidente degli States

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MIAMI (USA) - Donald Trump è il 45° presidente degli Stati Uniti d'America. Dopo aver conquistato gli stati-chiave, il candidato repubblicano ha avuto la meglio su Hillary Clinton, grande sconfitta data per vincente da tutti i sondaggi della vigilia. "Questa è una notte storica. Il popolo americano ha parlato ed ha eletto il suo presidente", ha dichiarato Mike Pence, nuovo vicepresidente americano eletto. Clinton ha chiamato Trump per concedere la vittoria. Con l'elezione di Trump i repubblicani mantengono il controllo della Camera e del Senato.

"Mi impegno ad essere il presidente di tutti gli americani", ha esordito Trump nel suo discorso d'insediamento, che ha poi promesso: "I dimenticati di questo Paese non lo saranno più". "Dobbiamo riprendere il destino del nostro Paese, abbiamo tanti sogni e li rivogliamo indietro". "Raddoppieremo la crescita economica", ha poi assicurato il neo presidente. "Terremo sempre al primo posto gli americani - ha continuato il presidente Trump parlando di rapporti internazionali-, ma andremo d'accordo con tutti. Cercheremo il dialogo, non lo scontro". Trump ha poi ringraziato uno per uno i membri della famiglia e dello staff per il supporto: "Vi prometto - ha continuato rivolto alla folla entusiasta - che faremo un eccellente lavoro, inizieremo subito a lavorare. Sarete fieri del vostro presidente".

"Le relazioni tra Ue e Usa sono una componente chiave della stabilità globale. L'Ue è impegnata a mantenere queste relazioni. Speriamo che la stessa cosa sia vera per il futuro presidente degli Usa". Così commenta il presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz , in una nota, dopo l'annuncio della vittoria di Donald Trump.

Anche il presidente russo Vladimir Putin si è congratulato con Donald Trump per la sua vittoria nelle elezioni presidenziali americane. Lo riferisce il Cremlino. Putin - riporta l'agenzia Tass - si è augurato che i rapporti tra Russia e Stati Uniti possano uscire dalla crisi, grazie a un lavoro congiunto. Il leader russo si è detto inoltre certo che il dialogo tra Mosca e Washington, basato sul rispetto reciproco, possa rispondere agli interessi di entrambi i paesi.






Al via l'Election Day per le presidenziali americane 2016
Domani gli States avranno il nuovo Presidente

MIAMI (USA) - L'America decide. Gli elettori chiamati alle urne per il dopo Obama dovranno scegliere tra la candidata democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump. I contendenti hanno chiuso la campagna presidenziale, la più velenosa e divisiva degli ultimi decenni, con due visioni diametralmente opposte del futuro dell'America. "Sarò la presidente di tutti", ha detto la democratica di fronte a 33.000 persone riunite all'Independence mall di Philadelphia.

Nel frattempo gli ultimi sondaggi e proiezioni pubblicati negli Stati Uniti danno in leggero vantaggio Hillary Clinton, anche grazie al rimbalzo delle ultime ore dovuto alla decisione dell'Fbi di chiudere definitivamente l'inchiesta sull'emailgate. Secondo la media degli ultimi sondaggi stabilita da RealClearPolitics, a livello nazionale Clinton è in vantaggio di 3,2 punti, al 45,4% contro il 42,2% di Trump.

Presidente e vice presidente degli Stati Uniti vengono scelti dal Collegio elettorale, composto dai grandi elettori. In totale sono 538 e per essere eletti bisogna avere 270 voti elettorali. Il numero degli elettori in ogni Stato è uguale a quello dei membri del Congresso che rappresentano ciascuno Stato.

Ecco il numero dei grandi elettori di tutti e 50 gli Stati più il distretto di Columbia:

- California 55

- Texas 38

- Florida e New York 29

- Illinois e Pennsylvania 20

- Ohio 18

- Georgia e Michigan 16

- North Carolina 15

- New Jersey 14

- Virginia 13

- Washington 12

- Arizona, Indiana, Massachusetts e Tennessee 11

- Maryland, Minnesota, Missouri e Wisconsin 10

- Alabama, Colorado e South Carolina 9

- Kentucky e Louisiana 8

- Connecticut, Oklahoma e Oregon 7

- Arkansas, Iowa, Kansas, Mississippi, Nevada e Utah 6

- Nebraska, New Mexico e West Virginia 5

- Hawaii, Idaho, Maine, New Hampshire e Rhode Island 4

- Alaska, Delaware, District of Columbia, Montana, North Dakota, South Dakota, Vermont e Wyoming 3.






Il voto 2016 negli States per presidenziali e parlamento, Clinton e Trump ai ferri corti

MIAMI (USA) - A due settimane dal voto, l'incertezza tra il popolo a stelle e strisce regna sovrana. I candidati che si sono sfidati nei duelli "diretta tv" hanno offerto il meglio ma soprattutto il peggio dei loro progetti elettorali. La Clinton, specchio dei democratici e Trump con le lotte intestine dei conservatori sull'eventuale appoggio senza se e senza ma a "Mr. Tycoone". L'otto novembre segnerà quindi una tappa storica divisa tra l'eventuale primo presidente donna ed il primo presidente non amato e voluto dalla gran parte degli americani.

A pochi giorni dalle elezioni per la Casa Bianca Hillary Clinton appare più che mai favorita per la vittoria finale. Lo dicono soprattutto i sondaggi nei principali 'swing state' - quelli da sempre in bilico tra democratici e repubblicani - che vedono la ex first lady in vantaggio quasi ovunque. Se la mappa del voto resterà quella scattata negli ultimi giorni dai vari sondaggisti, il prossimo 8 novembre Clinton conquisterebbe un numero di 'grandi elettori' ben oltre i 270 necessari per vincere le presidenziali. Più di 300 secondo gli ultimi calcoli compiuti dal Washington Post e dalla Cnn, con Donald Trump fermo tra i 138 e i 179. Calcoli compiuti dando per scontato che ognuno dei candidati vincera' negli stati che hanno una tradizione consolidata di voto democratico o repubblicano. E considerando che Hillary Clinton e' avanti nella maggior parte dei 15 'battelground state': dal New Hampshire alla Virginia, dal Michigan al New Mexico, dal Colorado alla North Carolina, dalla Pennsylvania al Wisconsin e alla Georgia. Trump invece avrebbe un lieve vantaggio (ma dipende dai sondaggi) in Florida, Arizona, Nevada e Iowa, con una situazione di testa a testa nel cruciale Ohio. I 'grandi elettori' sono 538 e formano l' 'United States Electoral College'. Sono loro che vengono eletti stato per stato nell'Election Day. Per conquistare la Casa Bianca c'e' bisogno di ottenere il voto di 270 'grandi elettori', vale a dire la meta' piu' uno. Nella stragrande maggioranza dei casi vige la regola della 'vittoria totale': il candidato che vince in uno stato ottiene la totalità dei 'grandi elettori' di quello stato e sceglie delle persone di fiducia che potranno confermare la sua elezione.






Stati Uniti d'America, partita la corsa alla Casa Bianca 2016

Si terranno l'8 Novembre 2016 le prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America. Quel giorno verrà eletto il 45esimo Presidente USA che succederà a Barack Obama, non più eleggibile in quanto, per quella data, sarà in carica da 8 anni e avrà raggiunto il limite di due mandati così come prevede la Costituzione americana, più esattamente nel XXII emendamento. Il meccanismo di elezione è molto particolare, si tratta di un suffragio semidiretto: il Presidente viene infatti incaricato da un collegio elettorale di 538 grandi elettori a loro volta eletti, in maniera diretta, il martedì successivo al primo lunedì del novembre dell'ultimo anno del mandato del Presidente in carica. In base alla propria popolazione, ogni singolo Stato appartenente alla federazione elegge un numero di delegati pari al numero di rappresentati dello Stato stesso nel Congresso. Per essere incaricato, il candidato deve avere la maggioranza assoluta e avrà un mandato di quattro anni. Per poter essere candidabile ed eventualmente eleggibile chi si presenta alla elezioni deve essere cittadino statunitense per nascita, qui risiedere dal almeno 14 anni e avere almeno 35 anni compiuti. I due principali partiti politici esistenti, Repubblicano e Democratico, determinano i propri candidati dopo aver svolto elezioni primarie, che si svolgono in maniera diversa a seconda dello Stato nel quale si svolgono.

Donald Trump ha conquistato la nomination repubblicana per la presidenza degli Stati Uniti con 1.725 delegati, che si sono espressi a suo favore durante la convention repubblicana a Cleveland. Lo ha annunciato lo speaker della Camera, Paul Ryan, nella sua funzione istituzionale, annunciando formalmente la nomination di Trump e del ticket con il governatore dell'Indiana Mike Pence candidato vicepresidente. Trump è stato quindi incoronato candidato repubblicano per la presidenza degli Usa grazie anche al suo Stato di New York. Ha vinto, contro tutto e tutti, promettendo un sogno: "Make America Great Again" (Fare di nuovo grande l'America). Lo slogan rievoca una frase usata da Ronald Reagan nel 1980 "Let's Make America Great Again", un vero e proprio "mito" per la destra Usa. Anche Obama aveva vinto "vendendo" un sogno, quello del cambiamento. Hillary Clinton si presenta invece per continuare il lavoro fatto da Obama. Due visioni di America contrapposte e distanti: una si ostina a vedere il bicchiere mezzo pieno, l'altra lo vede vuoto. Riuscirà, Trump, a riunire gli scontenti, anche quelli ormai arcistufi della politica? Se sarà in grado a novembre potrebbe stupire di nuovo tutti.

Hillary Clinton, prima candidata donna alla presidenza degli Stati Uniti. Hillary Clinton entra nella storia dopo la nomination della convention democratica di Philadelphia che ha formalmente designato l'ex first lady dopo il raggiungimento della fatidica soglia dei 2.382 voti nel corso della conta dei delegati. Hillary Clinton è "l'unica persona di cui mi fido" come presidente degli Stati Uniti. Tra gli applausi dei delegati alla convention democratica di Filadelfia, Michelle Obama prende la parola per dare tutto il sostegno all'ex segretario di Stato che giovedì riceverà formalmente la nomination di candidata alla Casa Bianca al voto dell'8 novembre. "Io sono qui stasera - ha detto - perché in queste elezioni c'è una sola persona di cui mi fido perché abbia quella responsabilità, una sola persona che credo sia realmente qualificata per essere il presidente degli Stati Uniti e quella persona è la nostra amica, Hillary Clinton".

Quello del New York times è solo l'ultimo dei sondaggi che stanno impazzando negli Stati Uniti. Quello reso noto ieri da McClatchy-Marist vede restringersi il margine di vantaggio a livello nazionale della Clinton: l'ex Segretario di Stato sarebbe avanti con il 42% dei consensi contro il 39% di Trump. La differenza a marzo era di nove punti (50% contro 41%).

Hillary Diane Rodham nasce a Chicago il 26 ottobre 1947. Frequenta la facoltà di Legge all'università di Yale. Il suo futuro la vede in veste di avvocato e personaggio politico. L'attività politica di Hillary continua e viene eletta al Senato nel Partito Democratico. Dal 1993 al 2001 è First Lady del marito Bill Clinton Presidente USA. Nel primo mandato Obama 2009-2013 è stata Segretario di Stato.

Donald John Trump nasce a New York il 14 giugno del 1946. Prima nella "New York Military Academy" e poi nella Università della Pennsylvania, si laurea nel 1968, specializzandosi in Economia e Finanza. Il famoso imprenditore americano e tra i più ricchi del mondo, dopo il suo terzo matrimonio, annuncia di candidarsi alle presidenziali americane nel Partito Repubblicano.





Il sistema elettivo presidenziale negli States

L'8 novembre 2016, in America si celebra l’Election Day, che cade ogni volta nel martedì successivo al primo lunedì del mese di novembre, alla scadenza del mandato di quattro anni. Tutti gli americani aventi diritto al voto, verranno chiamati alle urne per scegliere il successore di Barack Obama, alla Casa Bianca dal 2008. Ma come funziona il sistema elettorale americano?

Il sistema elettorale degli Stati Uniti d’America non e’ molto semplice. E agli occhi di noi europei non e’ cosi’ chiaro. Per capire bene come funziona il meccanismo di voto in America, ecco uno schema da tenere presente, perche’ l’elezione del presidente degli Stati Uniti d’America non e’ cosi’ immediata come si potrebbe pensare.

Il 6 e 7 novembre, in ciascuno dei 50 Stati, gli americani vanno dunque alle urne per eleggere i 538 grandi elettori che compongono il Collegio Elettorale degli Stati Uniti. Il numero deve corrispondere al totale dei componenti il Congresso Usa: quindi 435 deputati, 100 senatori più altri 3 deputati di diritto per il Distretto Federale di Washington (o District of Columbia). A ciascuno Stato è concesso di eleggere un numero complessivo di Grandi Elettori (corrispondenti ai deputati) in proporzione alla numerosità della sua popolazione, e un numero fisso di 2 Grandi Elettori (come i senatori). Ciascuno Stato può eleggere in totale non meno di 3 Grandi Elettori e può scegliersi il sistema elettorale.

I voti sono contati stato per stato. I voti ottenuti in ogni singolo stato contano molto. I voti popolari, quelli cioe’ espressi da ogni singolo cittadino avente diritto al voto, vengono contati stato per stato e non, invece, a livello nazionale. Ogni candidato puo’ vincere in uno stato e perdere in un altro. Chi ottiene piu’ voti in uno stato, anche solo uno in piu’, porta dalla sua parte tutti i grandi elettori di quello stato. Chi riesce a far eleggere 270 grandi elettori, va a vivere alla Casa Bianca.

Il voto dei grandi elettori. I Grandi elettori sono chiamati a eleggere il presidente degli Stati Uniti d’America, scegliendo il candidato che dovra’ accedere alla Casa Bianca. Solitamente votano per i candidati ai quali sono associati nelle schede elettorali, anche se la storia ci insegna che a volte ci sono state delle eccezioni.

Stati Banderuola. Cosa sono i cosiddetti stati banderuola o swing states? Sono quegli stati dove i sondaggi non danno un esito certo e dove i voti degli indecisi, seppur pochi, possono cambiare le sorti delle elezioni. Nel 2004 fu decisivo il voto nell’Ohio. Ma sono compresi anche la Florida, il Nevada, il Colorado, il North Carolina, il Missouri, l’Indiana, la Virginia. In America non esiste un Viminale, che dica in tempo reale quanti voti a livello nazionale ha un candidato piuttosto che un altro. I dati sono forniti stato per stato, in quella che viene chiamata la lunga notte, seguita in diretta da televisioni di tutto il mondo.

In queste elezioni 2016, questa la ripartizione degli "electoral votes": Ohio (18) gli stati in bilico sono 12: Colorado (9), Florida (29), Nevada (6), Virginia (13), Pennsylvania (20), Iowa (6), Wisconsin (10), Carolina del Nord (15), New Hampshire (4). I delegati nel resto degli Stati sono così suddivisi: Alabama (9, repubblicano), Alaska (3, R.), Arizona (11, R.), Arkansas (6, R.), California (55, Democratico), Connecticut (7, D.), Delawere (3, D), District of Columbia (3, D.), Georgia (16, R.), Hawaii (4, D.), Idaho (4, R.), Illinois (20, D.), Indiana (11, R.), Kansas (6, R.), Kentucky (8, R.), Louisiana (8, R.), Maine (4, D.), Maryland (10, D.), Massachusetts (11, D.), Michigan (16, D.), Minnesota (10, D.), Mississippi (6, R.), Missouri (10, R.), Montana (3, R.), Nebraska (5, R.), New Jersey (14, D.), New Mexico (5, D.), New York (29, D.), Dakota del Nord (3, R.), Oklahoma (7, R.), Oregon (7, D.), Rhode Island (4, D.), Carolina del Sud (9, R.), Dakota del Sud (3, R.), Tennessee (11, R.), Texas (38, R.), Utah (6, D.), Vermont (3, D.), Washington (12, D.), West Virginia (5, R.), Wyoming (3, R.) P.A.C. (Political Action Committee; Comitati di Azione Politica): sono gruppi privati (lobby, associazioni professionali, ecc) che raccolgono fondi per finanziare la campagna elettorale del candidato che vogliono appoggiare. Dal 2010, in seguito a una sentenza della Corte Suprema, sono diventati protagonisti indiscussi, assumendo per questo l’accezione di SUPER P.A.C. La sentenza infatti abolisce i limiti alla raccolta fondi di questi gruppi. Ognuno di loro quindi puo’ donare alla campagna elettorale milioni e milioni di dollari, secondo la nuova legge. L’unico vincolo (più formale che sostanziale) e’ che i comitati non devono avere connessioni con il candidato che appoggiano.

Ma il processo elettorale non è concluso. Infatti solo il 17 dicembre 2016 i Grandi Elettori formano lo United States Electoral College: dalle capitali dei rispettivi stati in cui si riuniscono, eleggono il 45° Presidente e Vice. Vince chi totalizza 270 voti. L’eventualità che un Grande Elettore non voti il candidato presidente della sua lista è molto remota; addirittura in 24 Stati è punita per legge.

Il 6 gennaio 2017, infine, il Congresso USA convocato a camere riunite, apre le buste, conteggia i voti dei grandi elettori e proclama il nuovo Presidente e il suo Vice che entrano in carica dal successivo 20 gennaio 2017: l’Inauguration Day.

Primarie. E’ un sistema di voto attraverso il quale viene scelto il candidato che rappresenterà il partito durante una successiva elezione a una carica pubblica. SI svolgono, in date diverse, su base statale e possono essere chiuse (riservate cioè solo agli iscritti al partito), o aperte a tutti gli elettori. Ogni Stato sceglie il sistema di voto: alcuni hanno il maggioritario, altri il proporzionale o un sistema misto. Rispetto all’elezione del presidente degli Stati Uniti, solitamente le primarie iniziano dodici mesi prima. Quest’anno, si sono svolte soltanto quelle repubblicane. Il candidato scelto è stato Mitt Romney. Prima delle primarie, in modo non vincolante, ogni Stato puo’ decidere se fare lo “STRAW Poll”. Si tratta di una sessione di voto, fatta solo per sondare il gradimento dei candidati. Il più famoso è quello ad Ames, in Iowa.

Caucus: il termine si riferisce a un’assemblea di persone, accomunate da affinità politiche o etniche, che si riunisce per instaurare un dibattito sui temi a loro più cari. I caucus possono essere quindi: gli iscritti al partito , o gruppi di eletti all’interno del Congresso che si uniscono con l’obiettivo di portare avanti cause condivise (il più famoso è il Congressional Black Caucus, formato da afroamericani). In occasione delle primarie, i caucus sostituiscono le primarie nell'indicare i delgati alla convention del partito che assegnerà la nomination. In questo caso le assemblee si svolgono in chiese, all’interno di palestre o in altre sale pubbliche.

Registrazione al voto: Non basta essere nati negli Stati Uniti, avere più di 18 anni o un passaporto americano per poter votare. Non si viene iscritti automaticamente come aventi diritto al voto come succede in Italia. Chi vuole votare deve registrarsi nell’ufficio della propria contea o del propriom distretto elettorale.(quest’anno solo a Washington sarà possibile iscriversi tramite il social network Facebook). La registrazione è l'operazione indipsensabile per autorizzare il voto. Entramb i i partiti hanno migliaia di volontari impegnati in questa operazione in diversi stati. Quasi sempre le registrazioni si concludono una decina di giorni prima dell'electorfal day.

Camera e Senato. Le elezioni presidenziali coincidono con quelle di camera e senato. Il 6 novembre si rinnova l'intera Camera e un terzo del Senato. La Camera dei Rappresentanti è formata da 435 membri. Ogni Stato ne elegge un numero che è proporzionale alla sua popolosità. Secondo la Costituzione, ogni due anni (cioè al termine del mandato consentito ai membri) la Camera viene sciolta, per essere ricostituita con nuove elezioni. Le votazioni, alternativamente, coincidono quindi con l’elezione del presidente (che dura in carica quattro anni) e con la metà del suo mandato (per questo si chiamano elezioni di “mid term”). Il Senato è formato da 100 membri (due per ogni Stato). Ogni eletto dura in carica sei anni. Non è previsto lo scioglimento del senato. Questo vuol dire che il ricambio dei senatori avviene in momenti diversi da Stato a Stato. In generale, il Senato si rinnova di un terzo ogni due anni. Per accedere alla Camera bisogna aver compiuto 25 anni, al Senato 30.






Repubblicani e democratici, le differenze politiche

Il PartitoDemocratico e il Partiro Repubblicano sono i principali partiti politici degli Stati Uniti d’America. Il Partito Democratico è progressista, orientato a favore di politiche per il sostegno dei ceti meno abbienti e di maggiore ugualianza a livello sociale. Invece, il Partito Repubblicano è conservatore, orientato al conservatorismo sociale, al sostegno della famiglia tradizionale e contrario ad ogni intervento dello Stato nell’Economia.

Il Partito Democratico può essere paragonato in maniera molto generale alla Sinistra nel nostro Paese, in particolare per quanto riguarda l’orientamento progressista e l’interesse per il sociale. Tuttavia, occorre tenere in considerazione che negli Stati Uniti non c’è una corrente socialista come in Europa in seguito alla particolare storia degli Stati Uniti (Guerra Fredda, Maccartismo ecc…), quindi il paragone dei Democratici con la Sinistra si limita ad una serie di ideali a favore del progresso e della giustizia sociale, ma sempre con la fiducia nel libero mercato e nel capitalismo. Inizialmente il Partito Democratico e quello Repubblicano facevano parte dello stesso schieramento politico, con frange più progressiste da un lato e più conservatrici dall’altro. Con il passare del tempo il Partito Democratico-Repubblicano arrivò alla rottura nel 1912 e diede vita ai due maggiori partiti degli USA. Ad ogni modo, all’interno del Partito Democratico vi sono tutt’ora delle frange più orientate al conservatorismo (così come nel Partito Repubblicano vi sono elementi verso il progressismo). Tra gli esponenti di spicco del Partito Democratico negli ultimi anni, si possono citare ad esempio Bill Clinton e Barack Obama.


In linea di massima, i Repubblicani sono conservatori a livello economico e sociale, sostenitori della famiglia tradizionalmente intesa e contrari all’intervento dello Stato nell’economia. Nelgi anni ’80, con la vittoria di Ronald Regan alle elezioni, i Repubblicani hanno ben delineato le proprie caratteristiche ideologice con politiche di riduzione delle tasse (in particolare per i ceti medi e alti), con i tagli alla spesa sociale e con una serie di liberalizzazioni che hanno di fatto tolto potere all’attività sindacale. Per farsi un’idea più immediata, si potrebbe paragonare il Partito Repubblicano Americano ai partiti di Destra Europei. Tuttavia questi differiscono in alcuni aspetti storici e culturali: ad esempio, in America la Chiesa e lo Stato sono separati sin dall’inizio, perciò non c’è mai stata l’intromissione dell’una nell’ambito dell’altro. Inoltre la Destra americana in molti aspetti è estremista e valuta in maniera differente valori sociali che sono cari anche alle Destre europee. Uno degli esponenti più famosi del Partito Repubblicano degli ultimi anni è senza dubbio George W. Bush, presidente degli Stati Uniti all’epoca degli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001.

Repubblicani e democratici: gli ultimi due presidenti

GEORGE W. BUSH (New haven 6 luglio 1946. Repubblicano. Durata del mandato 20 gennaio 2001 - 20 gennaio 2009) E'stato il presidente della Guerra al Terrore. In carica solo da pochi mesi, ha dovuto affrontare l'11 settembre e la risposta degli Usa al terrorismo islamico. Lo ha fatto, impegnando gli Stati Uniti in due conflitti. Il primo, in Afghanistan, contro i santuari di Al Qaeda e dei Talebani; il secondo, in Iraq, con la controversa invasione americana. Verrà ricordato anche per le leggi speciali adottate durante il suo mandato (come il Patriot Act) e per l'apertura del campo di detenzione per terroristi di Guantanamo. Il suo consenso in patria, durante gli anni dello sforzo bellico, è stato molto alto, in contrapposizione , invece, con l'ondata di proteste pacifiste e un diffuso sentimento di antimericanismo che le sue scelte hanno determinato nel resto del mondo. George W. Bush ha dovuto impegnare la sua presidenza per lo più su questo fronte. Su quello di politica interna, invece, ha dovuto gestire nell'ultima parte del suo mandato gli effetti della disastrosa crisi economica dei subprime, mentre nella prima aveva dato impulso allo sviluppo di alcuni programmi federali a caratterere sociale.

BARACK OBAMA - (Honululu 4 agosto 1961. Democratico. In carica dal 20 gennaio 2009) Raccolta una delle più difficile eredità dal suo predecessore, Barack Obama rischia di non riuscire a ottenere un secondo mandato anche a causa degli errori compiuti da lui stesso nel primo. La crisi economica negli Usa è sempre forte. Il tasso di disoccupazione è sempre alto e il presidente paga questa situazione. Il suo consenso nei sondaggi è molto basso e la sua rielezione è diventata una sfida difficile da vincere. I suoi critici gli imputano di aver indirizzato tutte le sue energie nei primi due anni di governo nell'approvazione di una riforma sanitaria di cui molti americani non sentivano l'urgenza, mentre invece avrebbe dovuto impegnarsi con maggior vigore ed efficacia nella lotta alla disoccupazione. Eletto sulla base dello slogan Change (cambiamento), Obama ha deluso buona parte dei suoi sostenitori, i quali, però, con tutta probabilità, si attiveranno per la sua rielezione per evitare il ritorno alla Casa Bianca di un repubblicano. In politica estera, Barack Obama ha "chiuso" il capitolo iracheno con il ritorno a casa di tutti i soldati americani, mentre, invece, sembra essere lontano il promesso disimpegno dall'Afghanistan. Protagonista di un nuovo rapporto con il mondo musulmano, Obama cerca di usare la sua influenza per indirizzare verso un futuro di democrazia nella stabilità e nella sicurezza internazionale i Paesi che ora si trovano alle prese con la Primavera araba , ma i risultati raggiunti sono per ora molto parziali.