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Dal “Made in China” al “Sold in China”
La tigre asiatica ha sempre più gli occhi a mandorla

BEIJING (China) - Si è concluso a Pechino il "terzo Plenum" del Comitato centrale che da sempre decide l'indirizzo politico del paese per i prossimi anni. Apertura all'economia privata anche nei settori dominati dallo Stato. Possibile l'abolizione della normativa che impone il massimo di un figlio per le coppie. Quello che si è concluso oggi è stato il terzo incontro del Comitato eletto dal 18esimo congresso del Partito. Un incontro definito "terzo plenum" da quando, nel 1978, l'allora numero uno cinese Deng Xiaoping lanciò la politica di "apertura e riforma" che è alla base del boom cinese. E fu nel "terzo plenum" del 1993 che il suo successore Jiang Zemin confermò che il paese sarebbe andato avanti su quella strada. Una conferma arrivata anche oggi.


Al crollo del muro di Berlino nel 1989, alcuni erano certi che ciò avrebbe portato alla fine della “guerra fredda” ed alla successiva dissoluzione dell'URSS. Nessuno in quell'istante si immaginava che la caduta di quel muro coincidesse con l'internalizzazione dell'economia, cioè la dilatazione dei commerci mondiali sia per volume sia per estensione geografica, caratterizzato da sinergie commerciali, produttive, finanziarie e tecnologiche.

La globalizzazione ha modificato il quadro delle gerarchie mondiali, offrendo notevoli possibilità di sviluppo a paesi che negli anni settanta si sarebbero definiti “arretrati”. Il caso più evidente è quello dell'area asiatica, interessati da tassi di crescita economica superiore ai paesi occidentali (con ritmi di crescita del Prodotto interno lordo del 7-10% all'anno, contro il 3-5% di Europa e Stati Uniti). Dapprima i paesi asiatici sono cresciuti producendo beni di consumo standardizzati, spesso per conto di imprese occidentali; in seconda istanza l'accumulazione di capitale ha permesso d'investire in proprie industrie avanzate. Cina e India hanno un potenziale di crescita economica esponenziale e se si continuerà con questi valori il primato occidentale, specie quello statunitense, verrà messo in discussione.

Marco Polo, a conoscere un Paese così arretrato come la Cina nel 1271, mai si sarebbe aspettato che nel 2013 avrebbe raggiunto un PIL pari a 8.221.015 milioni di $. Nella storia economica mai si è visto un paese in così rapida crescita. Lo sviluppo delle esportazioni (che ha fatto della Cina il terzo paese al mondo per volume di commerci), l'abbondanza di capitali stranieri attirati dalla profittabilità degli investimenti, l'enorme mercato potenziale interno derivante dalla quantità di popolazione (1,3 miliardi di persone), l'abbondanza di manodopera a basso costo che garantisce alle merci d'esportazione cinesi un'altissima competitività, costituiscono le peculiarità del “miracolo cinese”. La crescita economica cinese ha avuto delle ovvie conseguenze sulla popolazione. In primis, tale processo ha permesso: di dimezzare la popolazione in condizioni di povertà (da 377 a 173 milioni di individui il dato rimane dolorosamente impressionante) e di aumentare il reddito pro capite. Tutto questo ha attirato l'attenzione di molte imprese straniere, passando di fatto dal “Made in China” al “Sold in China”. I manager dell'imprese osservano con particolare sensibilità il numero della polazione per aumentare i profitti e per aumentare il mercato, da 1,3 miliardi di abitanti nel 2013 si prevede nel 2025 un numero pari a 1,453 miliardi. Infatti, secondo una battuta che circola in Cina, la “Procter & Gamble” (multinazionale leader per la produzione di prodotti per il corpo) calcolerebbe un mercato potenziale di 2,6 milioni di “ascelle”. Tuttavia c'è differenza tra clienti potenziale e clienti effettivi, considerando aree strategiche d'affari più attrattive rispetto all'area asiatica, infatti, il PIL pro capite cinese è assai più inferiore a quello statunitense (1.461$ contro 41.000$) e a quello giapponese.

Lo sviluppo dell'economia e il conseguente aumento del reddito pro capite costituiscono premesse importanti per far sì che la Cina diventi un grande mercato, oltre a già essere una grande base produttiva. Le imprese straniere però non devono sottovalutare i rischi nel penetrare in questo mercato. Secondo China's Institute of Research on International Trade and Economic Coperations solo un terzo delle imprese realizza profitti; solo Coca Cola e Pepsi vengono acquistati in qualsiasi regione. Non bisogna però pensare che l'economia cinese sia “predatoria”, che conquista mercati internazionali sfruttando solo la propria forza-lavoro. L'export cinese si va decisamente spostando verso beni di altissimo contenuto tecnologico, poiché il governo di Pechino, nutre grande fiducia nel progresso scientifico ben consapevole che la vera partita si gioca qui. Numerose sono anche le ombre del “miracolo cinese”: fame, mondo rurale privo di infrastrutture essenziali, divario di reddito tra ricchi e poveri, degrado ambientale, scarsa assistenza sociale e dulcis in fundo il 70% dell'impresa di stato è in perdita. Il processo di liberalizzazione convive con una dittatura che procede a violazione dei diritti civili, umani e sindacali. Gli studiosi ritengono che una riforma politica democratica sia la vera scommessa per la Cina del futuro. (Francesco Schena - 14 novembre 2013 ore 12.00)


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