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Redazione
Foibe jugoslave: la Shoah degli italiani. Le belve comuniste di Tito massacrarono gli italiani che scappavano
Le celebrazioni del "Giorno del ricordo": 15mila inermi furono trucidati dai comunisti slavi

ROMA (Italy) - Esodo dalle terre istrane e dalmate e foibe sono stati i drammi che hanno contraddistinto le vicende storiche e umane negli anni dal 1943 al 1954 al confine Orientale d'Italia, che ancora sanguinano. E oggi, Giornata del Ricordo, istituita dal Parlamento nel 2004, in varie citta' d'Italia si stanno rivivendo quei drammi, ricordando, riflettendo e commemorando tutti i caduti. In tutte le manifestazioni un comune denominatore: spiegare alle giovani generazioni cosa furono quei drammi, perchè maturarono, perchè per tanti anni sono stati costretti ad un oblio "voluto e pilotato" dai comunisti italiani che ancora oggi determinano scelte politiche offendendo il ricordo delle migliaia di donne e bambini trucidati senza alcuna ragione.

La tragica pratica venne utilizzata dalle truppe titine sul Carso triestino durante i 40 giorni di occupazione delle citta' di Trieste e Gorizia per disfarsi così degli oppositori anticomunisti e dei patrioti italiani. Per "massacri delle foibe" o, più comunemente, foibe si intendono gli eccidi perpetrati ai danni di migliaia di cittadini italiani per motivi etnici e politici alla fine e durante la seconda guerra mondiale in Venezia Giulia e Dalmazia. Tali eccidi furono per lo più compiuti dall'Armata popolare di liberazione della Iugoslavia. Negli eccidi furono coinvolti prevalentemente cittadini italiani di etnia italiana e in misura minore e con diverse motivazioni, anche cittadini italiani di nazionalità slovena e croata.

I primi a finire in foiba nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori). Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.

L'emblema dello sterminio è sicuramente la foiba di Basovizza, alle porte di Trieste. Si tratta, in questo caso, non di una cavità naturale ma del pozzo di una miniera di carbone che, scavata nella roccia agli inizi del '900, venne successivamente abbandonata. Profonda inizialmente 256 metri, si scavò poi fino alla quota di -700 metri. Ma nel 1939 alcune prospezioni geologiche rivelarono che, a causa del cedimento della cava, il fondo si era nuovamente alzato fino a -226 metri. E dentro quella fenditura profondissima trovarono la morte non meno di 2.500 persone nei soli 45 giorni dal 1° maggio al 15 giugno 1945; alla fine dell'anno il livello del fondo si era alzato a 198 metri: 500 metri cubi di cadaveri, successivamente ricoperti di munizioni e di detriti.

Il fenomeno “foibe” è riferito fondamentalmente a due eventi distinti, con dinamiche e modalità diverse: il primo è successivo alla dissoluzione dell’autorità italiana con l’armistizio dell’8 settembre ’43 e riguardò principalmente l’Istria, il secondo è conseguenza della presa di potere da parte dei partigiani e dell’Esercito Popolare Jugoslavo nel maggio del ’45. Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.

L'esodo - Si calcola che circa 350 mila persone abbiano lasciato le coste istriane e dalmate per riparare chi in Italia chi all'estero - comincio' subito dopo la fine della guerra mondiale, ma ebbe il suo epilogo quando fu chiaro che l'ex zona B del territorio libero di Trieste sarebbe passato sotto il controllo jugoslavo. Centinaia di migliaia di persone dovettero abbandonare tutto. E proprio il tema del risarcimento, chiesto ora a Slovenia e Croazia, e la 'revoca' delle medaglie d'oro italiane a Tito e altri gerarchi comunisti sono oggi al centro delle polemiche di qualche associazione di istriani e dalmati che hanno contestato e disertato le manifestazioni ufficiali.

La memoria delle vittime delle foibe e degli italiani costretti all'esodo dalle ex province italiane della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia è un tema che ancora divide. Eppure quelle persone meritano, esigono di essere ricordate.


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