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Iran, modelle senza velo su Instagram: otto arresti in una vasta operazione di polizia
Esultano i conservatori contrari alle "aperture" previste dallo sciita Rouhani

ROMA (Italy) - Nell’operazione “Ragno 2” contro giovani donne e modelle che postano le loro foto su Instagram sprovviste d'hijab, la polizia iraniana ha arrestato otto persone. Coinvolti 170 soggetti appartenenti al mondo della moda tra cui 58 fotomodelle. L'accusa che pende sulle loro capo è di comportamento anti-islamico per aver offeso l'ortodossia religiosa e non aver rispettato la legge che, dalla rivoluzione Khomeinista datata 1979, istituisce l'obbligo di indossare il velo da parte delle donne. È battaglia contro il fronte moderato di Rouhani dopo l'intesa nucleare.


Esultano i conservatori iraniani, esultano tutti coloro contrari all'accordo sul nucleare che il premier Rouhani, chierico sciita moderato, aveva fatto ben sognare nelle ultime elezioni presidenziali. E l'emblematico episodio che ha colpito recentemente il social Instagram, dimostra quanto forti siano ancora gli ultraconservatori dello Stato asiatico.

Instagram, a differenza di Fecebook e Twitter (da tempo vietati), è una delle poche piattaforme digitali a cui gli iraniani posso accedere. Un consenso che non ha evitato, però, a otto modelle di finire in manette e condannate a pene severe per aver postato la loro immagine sul social network con la testa scoperta, mentre pubblicizzavano una nuova collezioni di abiti. Elham Arab, nota per le sue immagini in abito da sposa, è apparsa davanti al procuratore Abbas Jafari Dowlatabadi con i capelli biondi nascosti sotto un chador nero. La modella ha dichiarato pubblicamente e in diretta tv le sue scuse: “Tutti amano la bellezza e la fama e tutti perciò vorrebbero essere visti; ma è importante conoscere il prezzo che dovranno pagare”.

Dal reportage, la Tv non ha fornito i dettagli degli eventuali capi d'accusa che pendono su Elham Arab. Quello che si evince è l'esistenza di un operazione, denominata “Ragno 2” partita due anni fa nella quale la polizia aveva già identificato tramite l'uso del social media 170 persone appartenenti al mondo della moda e del glamour (tra cui si contano 58 modelle e altrettanti fotografi e truccatori) con conseguente sospensione delle loro attività. Il procuratore Javad Babaei ha sollecitato sulle “minacce alla moralità e alla famiglia rappresentate dai social media”, sostenendo che il 20% delle foto che appaiono su Instagram sono postate dalle agenzie della moda e che “diffondono una cultura non islamica immorale e promiscua”.

Il mondo della moda aveva vissuto un periodo roseo negli ultimi due anni con le sfilate svoltesi a Teheran, tanto che erano state importate alcune tendenze dalle passerelle occidentali: dai tacchi ai leggings, con l'aggiunta di eleganti foulard che coprivano i capelli. Questa voga era stata adottata non solo nella capitale iraniana ma in tutte le grandi città. Una pratica che i conservatori estremisti hanno sempre disapprovato complementarmente all'accordo sul nucleare, proprio per paura che quest'ultimo potesse portare con sé un vento di cambiamento e di costumi.

Un portavoce del centro iraniano contro i cyber crimini, Mostafa Alizadeh, ha affermato che in questo momento “l’obiettivo delle autorità è colpire Instagram”. Le persone identificate hanno visto sparire i loro account e hanno dovuto chiudere i battenti. La retata non è altro che l’ultima di una serie di azioni volte a limitare Internet nel Paese colpendo in questo modo i comportamenti anti-islamici.

Alcune cose da sapere sul retaggio storico dell'Hijab. Che l'hijab non sia estraneo alla moda è dimostrato dal fatto che le donne scelgono con attenzione i tessuti, i colori più disparati variando a seconda della stagione la tipologia di stoffa. Qualche tempo fa Mariah Idrissi, giovane modella 23enne, nata a Londra da madre Pakistana e padre Marocchino, è stata la prima donna ad apparire nello spot pubblicitario di un rivenditore internazionale (H&M) sfoggiando il velo. Mariah ha dichiarato “L'hijab non è una moda, ma potrebbe diventarlo”. La dicotomia sudditanza-libertà è stato sempre un criterio di paragone e di analisi impiegato agli occhi del mondo occidentale, per comprendere una cultura che appare lontana e difficilmente declinabile, come quella musulmana. Ma l'hijab ha una storia antica e misconosciuta. Nell'epoca preislamica il velo era utilizzato in ambiente urbano, dalle donne di alti natali sia per motivi igienico-sanitari sia come segno distintivo del ceto di appartenenza. Maometto stesso è stato raffigurato più volte con il viso coperto e, come lui, grandi personalità storiche del mondo musulmano, per restare celati all'occhio pubblico. La simbologia arcaica del velo, è infatti quella di separare i potenti dal popolo comune. Nel corano il termine “Hijab” viene nominato 7 volte, ma solo in un caso esso riguarda l'abbigliamento femminile, in tutte le altre citazione l'accettazione sta a simboleggiare elementi separatori, come i tendaggi. I versetti del Corano, che hanno portato all'imposizione del Hijab, si trovano nel capitolo 24, conosciuto come an-Nur (la Luce), nel versetto 31. “e di alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne, e non mostrino le loro parti belle (..) e si coprano i seni di un velo e non mostrino le loro parti belle altro che ai loro mariti o ai loro padri o ai loro suoceri o ai loro figli”. (Chiara Chiricò)


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Una 25enne iraniana condannata al carcere per aver chiesto di assistere alla partita di volley Iran - Italia
Iran sentences British-Iranian activist Ghoncheh Ghavami over volleyball game

ROMA (Italy) - È stata condannata ad un anno di reclusione la bellissima Ghoncheh Ghavami, la giovane britannica di origine iraniana sotto processo in Iran per aver cercato di assistere a una partita di pallavolo maschile a giugno. Lo riferisce un tweet di Al Arabiya. Dall’inizio della rivoluzione khomeinista, nel 1979, alle donne è vietato andare allo stadio per le partite di calcio. Un divieto esteso dal 2012 anche alla pallavolo.

La 25enne era stata arrestata il 20 giugno e rinchiusa nella prigione di Evin a Teheran per aver chiesto, assieme ad altre attiviste, di assistere all'incontro di World League Iran-Italia malgrado il divieto imposto dalla rigida morale islamico-sciita. Laureata in legge a Londra dove viveva, la giovane era venuta in Iran per partecipare ad un programma di alfabetizzazione dei ragazzi di strada.


Una petizione online organizzata dalla famiglia Ghavami ha già ricevuto 600mila firme e la vicenda è stata denunciata da Amnesty International. Ghoncheh, che ha fatto anche uno sciopero della fame di due settimane, ha potuto vedere il suo avvocato solo due giorni prima del processo, ha detto il fratello Iman. I familiari non sono potuti entrare in aula durante i 90 minuti del processo. Al termine hanno potuto incontrare la ragazza per una ventina di minuti, ha denunciato la madre Susan, che ha baciato a lungo la figlia. "Ghonceh continuava a baciare il nonno che non vedeva da 109 giorni e piangeva", ha raccontato ancora la madre.

I media britannici riferiscono che Ghoncheh Ghavami, 25 anni, studentessa di legge a Londra e di madre inglese, è stata arrestata il 20 giugno dopo essere andata allo stadio dove era stato srotolato uno striscione per protestare contro il divieto per le donne di assistere ai Mondiali di pallavolo a Teheran, alla vigilia della partita Iran-Italia. È stata rilasciata nel giro di poche ore, ma dopo 10 giorni è stata portata in carcere da agenti in borghese che l’hanno prelevata da casa sequestrandole anche un computer. Ora si troverebbe nel famigerato carcere di Evin. La famiglia, che in un primo tempo non aveva diffuso la notizia del suo arresto, nella speranza di un suo rapido rilascio, adesso ha iniziato una campagna in suo favore, sostenendo che la ragazza è stata tenuta in isolamento per i primi 41 giorni, senza poter vedere un avvocato e senza accuse formali. Dall’inizio della rivoluzione khomeinista, nel 1979, alle donne è vietato andare allo stadio per le partite di calcio. Un divieto esteso dal 2012 anche alla pallavolo.

Durante il Congresso della Federazione Internazionale di Volleyball, il Presidente della Fivb Ary Graca ha preso la parola per ribadire il suo impegno in favore di Ghoncheh Ghavami, la cittadina iraniana tenuta in detenzione da ormai oltre quattro mesi per aver protestato contro il mancato accesso alla gara di World League tra Iran-Italia. Ary Graca ha invitato le federazioni nazionali a sostenere la Federazione Internazionale in questa azione, auspicando l’immediata liberazione della ragazza. All’intervento è seguita una lunga standing ovation da parte di tutta la sala. (Redazione)

A British-Iranian woman detained in Iran after trying to watch a men's volleyball match has been sentenced to a year in prison, her lawyer says.

Ghoncheh Ghavami, 25, was found guilty of spreading anti-regime propaganda, lawyer Alizadeh Tabatabaie said. Iran banned women from volleyball games in 2012, extending a long-standing ban on football matches. The Iranian authorities have argued that women need protection from the lewd behaviour of male fans. Britain's Foreign Office said it was concerned about the sentence. "We have concerns about the grounds for this prosecution, due process during the trial, and Miss Ghavami's treatment whilst in custody," it said in a statement. Amnesty International has described Ms Ghavami, who is from Shepherd's Bush in west London, as a prisoner of conscience, and called for her immediate release. More than 700,000 people have signed an online petition urging the authorities to free her.

The graduate of the University of London's School of African and Oriental Studies was part of a group of women who tried to watch Iran play Italy in a match on 20 June. The women were arrested and allegedly beaten before being freed. Ms Ghavami was rearrested later and subsequently put on trial. She launched a hunger strike in October after being held in isolation cells.

Mir Saeed Marouf, Iran's National volleyball captain and the best setter of the world in 2008 and 2012 says in this video: Volleyball is a family sport. Based on regulations women have right to be present in the stadium. I hope this happen soon. It is important for the morale and spirit of the players to have their families around. Despite the statement of this popular and much-loved player, Ghoncheh is passing her 80th day in prison for demanding this simple right.


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Iran, la 26enne Reyhaneh Jabbari è stata impiccata. Aveva ucciso il suo violentatore
Il paese degli ayatollah esegue una condanna a morte al giorno

ROMA (Italy) - È stata impiccata sabato in una prigione alla periferia di Teheran Reyhaneh Jabbari, la ventiseienne accusata di aver ucciso un uomo che tentò di violentarla. Lei si è sempre difesa parlando di legittima difesa, ma non è riuscita a sfuggire alla condanna, in un Paese nel quale i diritti delle donne sono ancora quasi inesistenti e la pena di morte è all’ordine del giorno. Amnesty International accusa la magistratura: “Inchiesta fallace e processo ingiusto”.

La notizia dell'imminente esecuzione era arrivata venerdì sera, quando i genitori della ragazza erano stati convocati in carcere per vederla per l'ultima volta. La 26enne era poi stata trasferita in un altro carcere non precisato, dove all'alba è stata impiccata. A nulla è valsa la campagna mediatica internazionale per salvare Reyhaneh. Per le si erano mobilitati esponenti di caratura mondiale e politici sia orientali che occidentali.


Tutto parte nel 2007, quando Reyhaneh, arredatrice d’interni, viene assunta da Morteza Abdolali Sarbandi, un dipendente del Ministero dell’Intelligence, con il compito di riarredare il suo ufficio. Sarbandi tenta di stuprarla, lei lo accoltella. Viene arrestata, passa i primi due mesi in isolamento, senza poter vedere nemmeno il suo avvocato e la sua famiglia. Subisce la tortura. Confessa, secondo l’Onu sotto minacce. Però dichiara che in casa, al momento del delitto, c’era un'altra persona, dettaglio mai chiarito dalla magistratura iraniana. Subisce pressioni per sostituire il suo avvocato con uno meno esperto. Viene condannata nel 2009, impiccagione.

Le associazioni per i diritti umani si sollevano. Lo scorso aprile Ahmed Shaheed, inviato speciale dell’Onu in Iran, afferma che “le autorità iraniane dovrebbero rivedere il suo caso e ripetere il dibattimento, assicurandosi che il diritto al giusto processo sia garantito”. Per Amnesty International “il collegamento di Sarbandi con il Ministero dell’Intelligence può aver inciso sull’imparzialità dell’inchiesta”. Su Facebook viene creata la pagina “Save Reyhaneh Jabbari From Execution In Iran” (“Salvate Reyhaneh Jabbari dall’esecuzione in Iran”), quasi diciottomila like.

Per Reyhaneh si mobilitano anche artisti e musicisti suoi connazionali, il premio Oscar Asghar Farhadi scrive una lettera aperta alla famiglia della vittima chiedendo il perdono per Reyhaneh (secondo la legge iraniana la famiglia della vittima, perdonando il reo, estingue il suo reato). I Sarbandi rispondono picche, per loro l’omicidio era premeditato, la ragazza ha confessato di possedere il coltello solo due giorni dopo l’omicidio. Niente da fare, l’esecuzione viene programmata per il 30 settembre. Le proteste della comunità internazionale riescono a rinviarla, ma venerdì viene consentito alla madre di farle visita per un’ora, segno che la fine è imminente. All’alba di sabato i suoi piedi perdono il contatto con la terra.

“La notizia scioccante che Reyhaneh Jabbari è stata giustiziata è profondamente deludente fino all’eccesso – ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, il vice direttore di Amnesty per il Medio Oriente e il Nord Africa - Questa è un’altra macchia di sangue nel primato iraniano sui diritti umani. Tragicamente, questo caso è tutt’altro che isolato – ha continuato Sahraoui - Ancora una volta l’Iran ha insistito nell’applicare la pena di morte nonostante le serie preoccupazioni sull’equità del processo”.

Le associazioni per i diritti umani accusano il presidente Hassan Rohani per l’impennata delle condanne capitali durante la sua presidenza. Nel 2013 l’Iran ha eseguito 369 condanne a morte, una al giorno, una ogni duecentomila abitanti. Solo la Cina ne ha comminate di più, circa un migliaio, ma su una popolazione che sfiora il miliardo e quattrocentomilioni, cioè una ogni milione e mezzo di abitanti. In proporzione, il Dragone sembra governato dai seguaci di Beccaria. Sono soprattutto i paesi del Medio Oriente e dell’africa nordorientale a praticare l’omicidio di Stato: 169 condanne in Iraq, 79 in Arabia Saudita, 34 in Somalia, 21 in Sudan, 13 in Yemen, sempre secondo i dati 2013 di Amnesty International.

Non è innocente, tuttavia, l’Occidente: se in Europa ormai questo tipo di pena non esiste più, resta però in Giappone (8 condanne nel ‘13) e negli Stati Uniti, che lo scorso anno hanno giustiziato ben 39 condannati. Non sempre l’esecuzione è veloce e indolore: lo scorso gennaio in Ohio Dennis McGuire aveva impiegato 15 minuti per morire, ad aprile in Oklahoma Clayton Lockett è morto 43 minuti dopo l’iniezione letale, a luglio in Arizona Joseph Wood ci ha messo addirittura 117 minuti, due interminabili ore di agonia. (Gianmarco Rizzo)

Avevano fatto il giro del mondo le foto di un uomo salvato all'ultimo secondo dalla mano del boia. E' accaduto in Iran dove un giovane di nome Balal, colpevole di aver ucciso a coltellate un uomo di nome Abdollah Hosseinzadeh durante una lite in strada nella città di Royan, è stato graziato in extremis dai genitori della vittima. L'assassino, condannato a morte per impiccagione, aveva già il collo nel cappio. Secondo la legge e l'usanza locale, dare la spinta alla sedia che reggeva il condannato sarebbe toccato ai famigliari di Abdollah. La madre, però, tra la sorpresa e lo stupore di tutti, si è avvicinata a Balal e lo ha schiaffeggiato. Poi il marito ha deciso di graziarlo, ordinando al boia di non procedere all'esecuzione. Un inaaspettato gesto di clemenza, ripreso dagli obiettivi, finito sulle prime pagine di tutti i siti di informazione del mondo. Balal sconterà la pena in carcere.

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