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Rapimento due cooperanti in Siria, da Aleppo: pagati 11 milioni. Bufera sul Governo che smentì riscatto
Fonti giudiziarie siriane citano un condannato che avrebbe intascato la metà del denaro
Le due volontarie erano state rapite il 31 luglio e poi liberate il 15 gennaio successivo

ROMA (Italy) - Per il rilascio di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due ragazze italiane rapite in Siria lo scorso anno, sarebbe stato pagato un riscatto di circa 11 milioni di euro. Lo dicono fonti giudiziarie di Aleppo, secondo cui una delle persone coinvolte nel negoziato è stata condannata per essersi intascata circa metà del riscatto.

L’agenzia Ansa ha ricevuto una copia digitale del testo della condanna emessa il 2 ottobre scorso dal tribunale Qasimiya del movimento Zenki nella provincia di Atareb. Secondo la condanna, Atrash, basato ad Abzimo, la località dove scomparvero Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, si è intascato 5 dei 12 milioni e mezzo di dollari, equivalenti a poco più di 11 milioni di euro.
I restanti 7 milioni e mezzo - affermano fonti di Atareb interpellate dall’Ansa telefonicamente - sono stati divisi tra i restanti signori della guerra locali.


Per il rilascio di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due ragazze italiane rapite in Siria nel luglio 2014 e liberate nel gennaio 2015, sarebbe stato pagato un riscatto di circa 11 milioni di euro. Lo dicono fonti giudiziarie di Aleppo, secondo cui una delle persone coinvolte nel negoziato è stata condannata per essersi intascata circa metà del riscatto. Si tratta di Hussam Atrash, uno dei signori della guerra locali e capo del gruppo Ansar al Islam. Una delle persone coinvolte nel negoziato avrebbe truffato i suoi stessi complici intascando metà dell'importo e per questo è stato condannato da un tribunale islamico locale

Riesplode la polemica sul presunto riscatto che il governo italiano avrebbe pagato per la liberazione di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due giovani italiane rapite in Siria lo scorso anno. L'agenzia Ansa ha ricevuto una copia digitale del testo della condanna emessa il 2 ottobre scorso dal tribunale Qasimiya del movimento Zenki nella provincia di Atareb. Secondo la condanna, Atrash, basato ad Abzimo, la località dove scomparvero Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, si è intascato 5 dei 12 milioni e mezzo di dollari, equivalenti a poco più di 11 milioni di euro. I restanti 7 milioni e mezzo sono stati divisi tra i restanti signori della guerra locali.

"Non riteniamo di dover commentare supposte fonti giudiziarie di Aleppo o del sedicente tribunale islamico del movimento Nureddin Zenkin", in ogni caso non risulta nulla di quanto asserito", ha detto l'Unità di crisi della Farnesina, ma le opposizioni hanno fatto subito quadrato contro il governo, chiedendo le dimissioni del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che all'epoca della liberazione delle due ragazze, lo scorso gennaio, aveva smentito il pagamento di un riscatto.

"Se abbiamo dato 11 milioni di euro ai terroristi islamici, qualcuno deve dimettersi, sono contento che le ragazze siano salve, ma volontariato potevano farlo anche a casa, eccome", ha detto il leader della Lega Nord Matteo Salvini. "Il titolare della Farnesina torni a riferire in aula, dopo aver già mentito al Parlamento, appare del tutto inutile. E' evidente che Gentiloni ha ormai perso credibilità: faccia mea culpa e rassegni le dimissioni", hanno scritto in una nota congiunta i parlamentari M5S della commissione Esteri e del Copasir, mentre il presidente dei senatori di Forza Italia, Paolo Romani, ha chiesto una "autorevole e formale smentita del governo". (Fonte Askanews)


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Siria, Obama avverte Putin: "Non sosteniamo un tiranno come Assad"
Lo Zar Putin usa la guerra in Siria per occultare la crisi in Ucraina
La Francia ha annunciato di aver effettuato i suoi primi attacchi aerei contro le milizie dell’Isis in Siria

ROMA (Italy) - Obama: in Siria serve un nuovo leader "Russia viola sovranità dell'Ucraina". "Non possiamo stare a guardare mentre la Russia viola la sovranità dell'Ucraina. Oggi è l'Ucraina domani potrebbe essere qualche altro Paese", ha detto il presidente Usa difendendo la decisione di adottare le sanzioni contro Mosca.

"Il popolo ucraino è più interessato ad allinearsi all'Europa che alla Russia". Il presidente degli Stati Uniti non ha esitato a definire il presidente siriano Bashar al-Assad un "tiranno", ricordando come il suo regime abbia "ucciso donne e bambini", e come "Bashar Al Assad ha brutalizzato il suo popolo: una soluzione in Siria deve essere la transizione da Assad a un nuovo leader".


70esima riunione di insediamento dell'Assemblea Generale Onu. Il mondo, turbato dalla crisi umanitaria che colpisce l'Europa, si chiede quale sia la strada giusta per uscire dall'impasse. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, attacca i leader mondiali. L'obiettivo è scuoterli: "Quattro anni di paralisi diplomatica del Consiglio di Sicurezza hanno fatto sì che la crisi siriana sia diventata fuori controllo. Cinque Paesi in particolare hanno la responsabilità di chiudere la faccenda: Russia, Usa, Arabia Saudita, Iran e Turchia". Obama, parlando all'aula, fa sapere che dopo la seconda guerra mondiale le Nazioni Unite hanno lavorato con gli Usa per prevenire una terza guerra. "Ma correnti pericolose rischiano oggi di spingerci verso il buio. Sono alla guida delle maggiori forze armate al mondo e non esiterò mai a proteggere il mio paese e i nostri alleati. Ci sono delle potenze internazionali che agiscono in contraddizione con il diritto internazionali. C'è qualcuno (riferimento implicito alla Russia,ndr) che ci dice che dovremmo sostenere dei tiranni come Assad, perché l'alternativa è molto peggio. Gli Usa sono contro i dittatori che uccidono donne bambini, ma parlando precisa: "Siamo pronti a lavorare con qualunque nazione, comprese Iran e Russia, per risolvere la crisi siriana". Atteso in questo contesto l'incontro con Putin previsto in serata.

"Assad ha risposto a proteste pacifiche con massacri e uccisioni, creando l'ambiente per questa guerra. Ora non si può pensare solo alla riappacificazione, dopo gli assalti indiscriminati. Certo il compromesso è necessario, ma il realismo ci chiede una transizione gestibile senza Assad, un governo inclusivo che riconosca che serve mettere fine a questo caos". Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nel suo intervento alla settantesima Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York, in cui si è detto pronto a lavorare con Russia e Iran per risolvere il conflitto, malgrado dopo quattro anni e mezzo di violenze "non ci può essere un ritorno allo status quo precedente alla guerra". "In nessun altro posto il nostro impegno per l'ordine internazionale è stato messo alla prova in modo più chiaro. Quando un dittatore come Assad massacra decine di migliaia di persone, non si tratta solo di un problema di un Paese". Quello che è successo in Siria, ha detto Obama, ha creato sofferenze "che colpiscono tutti noi". Non ci può essere un ritorno "alla situazione precedente al conflitto", ha ribadito Obama. Una transizione permetterà ai siriani di ricostruire il Paese; parte della soluzione prevede di combattere la velenosa ideologica dell'Isis, "che equipara l'Islam al terrore".


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La Regina Rania di Giordania contro l'Isis, "estremisti senza fede"
La regnante, personaggio amabile e amato, invita i media di tutto il mondo a contrastare
la falsa "islamicità" dei jihadisti del Califfato che definisce "una vergona per l'intero mondo arabo"

ROMA (Italy) - Da Abu Dhabi, la regina tuona contro gli estremisti del Califfato: "Stanno cercando di trascinarci indietro nel Medioevo". Su decapitazioni e video dell'orrore dice: "Non ci rappresentano". L'affondo va a toccare anche il silenzio "complice" dei moderati.

Un appello a tutto il mondo arabo, e in particolare agli operatori dell'informazione, perche' combattano contro la propaganda dello Stato islamico (Isis) che offre un'immagine "ripugnante" del Medio Oriente e dell'Islam, e' stato lanciato dalla regina Rania di Giordania. "Una minoranza di estremisti senza fede utilizza i social media per riscrivere la nostra storia, dirottare la nostra identita' e modificare la nostra immagine", ha affermato Rania intervenendo ad un summit annuale dei media ad Abu Dhabi, secondo il testo pubblicato dal suo sito.


Un attacco allo Stato islamico che sta cercando di "dirottare" il mondo arabo e di "trascinarci indietro nel Medioevo" attraverso "l'uso spregiudicato dei social media". A tuonare contro l'Is è Rania, regina di Giordania e moglie del re Abdullah II, che nel corso del Media Summit di Abu Dhabi - negli Emirati Arabi Uniti (Uae) - ha parlato dei video dell'orrore diffusi dagli estremisti del jihad e delle immagini in cui vengono mostrate al mondo le decapitazioni dei prigionieri. "Una minoranza di estremisti religiosi è particolarmente efficiente nello sfruttamento dei social network per ridefinire la nostra identità, diffondere informazioni infondate e dirottare l'Islam lontano dalle sue radici" ha dichiarato la regina, che ha poi proseguito sottolineando come la continua diffusione di post su Facebook, Twitter e Instagram che inneggiano alla violenza, sono un modo per arruolare nuovi jihadisti e per convertire alla causa dell'autoproclamato 'califfato'. Immagini cruente, che "non ci rappresentano", ha voluto insistere Rania. Perché "estranee e ripugnanti per la stragrande maggioranza degli arabi - musulmani e cristiani". Immagini che dovrebbero far "ribollire" tutta la "regione araba", perché "sono un attacco ai nostri valori come popolo e alla nostra storia collettiva. Questa è la loro versione della storia del mondo arabo. E il mondo è in ascolto delle loro trame, delle loro narrazioni, dei loro eroi".

Ma non è tutto. Perché l'affondo della regina va a toccare anche il 'silenzio' degli arabi moderati. Un silenzio che li rende "complici" del successo dell'Is: "Sebbene Osama bin Laden sia morto - ha detto Rania - la sua ideologia è più viva che mai e crea danni seri e profondi all'immagine del mondo arabo". Da qui la necessità, da parte di governi, associazioni e singoli di essere "più attivi e presenti" sui social network per "sfidare e battere Is", per ribaltare l'immagine che i miliziani diffondono all'esterno. Ecco perché Rania ha poi invitato tutti a postare sul proprio profilo Facebook un'immagine positiva del mondo arabo: "Dobbiamo creare una nuova storia e trasmetterla a tutti. Perché se non decidiamo quale sia la nostra identità e quale sarà la nostra eredità, gli estremisti lo faranno per noi".

"E il resto del mondo - ha aggiunto - rimane ad ascoltare e a guardare". Mentre la regine parlava, venivano mostrate su un grande schermo fotografie di violenze e distruzioni. "Queste immagini - ha affermato Rania - sono estranee e ripugnanti per la vasta maggioranza degli arabi, musulmani e cristiani, e dovrebbero provocare la collera di ogni arabo perche' sono un attacco ai nostri valori e alla nostra storia collettiva". La regina ha quindi fatto appello ai media arabi perche' contrastino la propaganda jihadista, perche' quella in corso e' "una battaglia per il futuro dell'Islam e il futuro del mondo arabo". Tuttavia, ha aggiunto la regina giordana, per sconfiggere l'estremismo e' necessaria un'azione a lungo termine che preveda anche un'istruzione di qualita' per tutti, ragazze e ragazzi, e la creazione di posti di lavoro per combattere l'arretratezza economica. (Redazione)

Nata in Kuwait da genitori palestinesi originari di Tulkarem, paese che lascia per intraprendere gli studi in Gestione di Impresa presso l’Università Americana del Cairo dove conseguirà la laurea nel 1991, la bellissima Rania di Giordania, regina anche per classe ed eleganza, lavora presso il gruppo finanziario Citibank prima di essere assunta nella sede giordana della Apple Computer. Nel 1993 incontra l’allora principe di Giordania Abdullah II e, nell’arco di pochi mesi arriva il matrimonio. Sei anni più tardi, con l’ascesa al trono del marito, Rania viene proclamata regina: è l’epilogo di una favola che ancora oggi fa sognare il mondo intero. Mamma di quattro figli di età compresa tra i 17 e i 5 anni (il principe Husayn, le principesse Imam e Salma e il principe Hashim) Rania si dedica incessantemente a migliorare la qualità dell’istruzione dei bambini non solo in Giordania ma in tutti i Paesi arabi, impegno che le viene riconosciuto in tutto il mondo. Rania è stata la prima a essere nominata Eminent Advocate dell’Unicef nel 2007 ed è Presidente onorario globale di Ungei dal 2009.

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Anche l'Italia contro i terroristi del Califfato (Isis). Roma invia in Iraq quattro aerei Tornado
La coalizione si rafforza con gli armamenti italiani. Le polemiche del Movimento 5 Stelle

ROMA (Italy) - L’Italia raggiungerà presto l’esercito della coalizione capeggiata dagli Stati Uniti nella lotta contro Isis. Quattro Tornado saranno inviati entro Natale in Kuwait con compiti di ricognizione e intelligence. I caccia non saranno coinvolti in nessun bombardamento, ma sorvoleranno soltanto i cieli iracheni (non quelli siriani già attraversati da velivoli americani e dagli alleati arabi).

Il Movimento 5 stelle non ci sta e - dopo le accuse al ministro della difesa Pinotti per un paventato "uso improprio" di un aereo dell'aeronautica militare - ora spara a zero anche sulla partenza dei Tornado italiani per l'Iraq. I 200 uomini, gli aerei intercettori, da rifornimento in volo e Predator da ricognizione nonchè gli armamenti saranno operativi entro Natale andando ad operare presumibilmente a Erbil.


Anche l'Italia è pronta a scendere in campo nella guerra contro l'Isis inviando in Irak uomini e mezzi. Lo annuncia il ministro della Difesa Roberta Pinotti durante un'audizione davanti alle Commissioni Difesa e Esteri di Camera e Senato. "È stato già pianificato e si concretizzerà nei prossimi giorni l'invio in Iraq di un velivolo KC-767, per il rifornimento in volo degli assetti aerei della Coalizione, due velivoli a pilotaggio remoto tipo Predator, per la sorveglianza della regione, una cellula di Ufficiali per le attività di pianificazione". Non solo. "Nelle prossime settimane - aggiunge - potrà poi essere inviato personale per l'addestramento e la formazione delle forze che contrastano l'Isis. Circa quest'ultimo possibile contributo, richiesto espressamente dalle Autorità curde, si tratta di un totale di circa 200 militari, inclusi gli elementi di supporto, i quali andrebbero ad operare nei luoghi concordati con le Autorità irachene e i Paesi della Coalizione (presumibilmente a Erbil). Peraltro, sono in arrivo in Italia alcuni militari curdi che verranno addestrati all'uso dei sistemi d'arma che abbiamo già ceduto loro. Successivamente, potremo inserire nel Teatro del personale con funzione di consigliere per gli Alti Comandi delle Forze irachene (previsti circa 80 militari, per un totale di 280 addestratori). Infine, è in fase di pianificazione l'invio di altri assetti pilotati per la ricognizione aerea".

Sempre il ministro Pinotti in un’intervista al giornale La Stampa, ha motivato la decisione presa con le richieste fatte da parte della coalizione. Il ministro avrebbe anche sottolineato che il Califfato al momento non dispone di forze aeree, frenando così le reazioni sui possibili rischi che corrono i nostri soldati. E non si sono fatte attendere le dure reazioni da parte del M5s, che ha chiesto al governo di riferire in Aula su questa decisione. “Il ministro Pinotti entra praticamente in guerra – affermano i deputati della commissione Difesa – Ha dato il via libera alla partenza dei Tornado bypassando completamente l’opportuna autorizzazione delle Camere. Una missione a rate di cui il Parlamento e i cittadini sono del tutto all’oscuro”. Ma il ministro ha tranquillizzato tutti sottolineando la sola funzione di ricognizione dei caccia italiani e ricordando ai pentastellati che diverse sono state le audizioni parlamentari indette per informare i deputati di queste azioni in cui lo stesso M5s è stato coinvolto.

Botta e risposta dei deputati pentastellati della commissione Difesa: "l’unica risoluzione approvata dall'Italia risale al 20 agosto e tratta il mero invio di armamenti leggeri, ovvero mitragliatrici kalashnikov e munizionamento, il che esclude l'implementazione di un'autentica missione. Ma a quanto sembra, il ministro Pinotti non solo non sembra curarsene, ma sceglie tempistiche del tutto imbarazzanti per l'invio dei 'Tornado', scattato proprio all'indomani delle commemorazioni delle strage di Nassiriya".
Ad oggi, ricorda M5S, "la missione è composta da circa 400 uomini, 4 'Tornado', 2 'Predator' e un numero imprecisato di armi e controcarro. Ovvero numericamente la quarta missione con uomini in teatro dopo Afghanistan, Libano e Kosovo. Siamo praticamente in guerra - è l'accusa - trascinati dal silenzio di un ministro che sembra agire al di sopra delle parti e dei principi costituzionali, chissà dietro quale garanzia. Chiediamo che il governo venga a riferire quanto prima in aula, affinché le Camere e tutte le forze parlamentari siano informate sul tipo di coinvolgimento del nostro Paese all'interno della coalizione anti-Isis". (Redazione)


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L'orrore dell'Isis non ha fine, decapitati l'ostaggio americano Peter Kassig e 15 soldati siriani
La cordata dei paesi coalizzati per combattere i terroristi, purtroppo avanza lentamente
mentre l'occidente grida sempre più forte la propria rabbia e chiede interventi radicali e risolutivi

ROMA (Italy) - L'ostaggio americano Peter Kassig è stato decapitato. Lo annuncia l'Isis in un nuovo video in cui si mostra l'uccisione dell'ostaggio in Siria. Nel video, postato dall'Isis su diversi siti jihadisti, si vede un boia con il volto coperto in piedi accanto ad una testa decapitata. Oltre a Kessig i terroristi hanno anche compiuto la decapitazione di massa di diversi soldati siriani fatti prigionieri. L'occidente grida sempre più forte la propria rabbia e chiede interventi radicali e risolutivi da parte delle forze di coalizione capeggiate dagli States.

Kassig, 26 anni, si chiamava Abdul Rahman/Peter da quando si era convertito all'Islam. Era stato rapito il 1 ottobre mentre si trovava in Siria dove lavorava come operatore umanitario. Ex ranger, dopo aver intrapreso corsi per diventare assistente medico, si era trasferito in Libano, dove aveva fondato l'organizzazione no profit Sera (Special Emergency Response and Assistance).


Quindici soldati trucidati - Sono 15 i soldati siriani decapitati dall'Isis in un video di 16 minuti postato su diversi siti jihadisti nel quale si mostra anche la decapitazione dell'ostaggio americano Peter Kassig. Nel filmato, i jihadisti e i soldati camminano gli uni dietro agli altri. A un certo punto, i terroristi prendono un grosso coltello, fanno inginocchiare la loro vittima e poi la decapitano. L'intelligence Usa sta lavorando "il più velocemente possibile" per verificarne l'autenticità. Lo ha annunciato la portavoce del National Security Council, Bernadette Meehan. "Se confermata, siamo scioccati dalla brutale uccisione di un innocente operatore umanitario americano ed esprimiamo le nostre più profonde condoglianze a famiglia e amici". Nel filmato un miliziano mascherato mostra una testa decapitata, indicata come quella di Kassig, che si era convertito all'Islam durante la prigionia e aveva assunto il nome di Abdul-Rahman Kassig. La sua uccisione era stata minacciata ad ottobre, nel video nel quale l'Is mostrava la decapitazione dell'ostaggio britannico Alan Henning .

I genitori di Peter Kassig lanciano intanto un appello ai media, chiedendo che non diffondano il video "per evitare di cadere nel gioco dei sequestratori". Il mese scorso, la famiglia aveva diffuso alcuni passaggi di una lettera ricevuta dal figlio nella quale venivano raccontate le difficoltà della prigionia. "Questa è la cosa più dura che un uomo può trovarsi ad affrontare - si leggeva - lo stress e la paura sono incredibili".

Riuscito a sopravvivere all’attacco dei jet Usa, il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi punta a testimoniare in fretta che il proprio Stato Islamico (Isis) ha radici sempre più solide nei territori conquistati in Iraq e Siria: a suggerirlo sono le immagini sulle prime monete in metallo che i jihadisti si avviano a coniare. A diffonderle sono i siti Internet del Califfato, spiegando che il “dinaro islamico” avrà versioni in oro, argento e bronzo entrando in circolazione per “consentire ai credenti di sfidare il tirannico sistema monetario creato dalle economie occidentali per schiavizzare i musulmani”. Nei disegni delle monete che “saranno coniate dal Califfato” si vedono la tradizionale mezzaluna musulmana, una mappa del globo, il profilo della moschea di Al Aqsa a Gerusalemme ed anche insegne tribali, fatte di lance e scudi. In particolare, le monete dorate hanno impresso il simbolo sette fasci di grano, menzionato dal Corano, mentre il riferimento alla mappa dell’intero globo conferma l’intenzione di Al-Baghdadi di puntare alla conquista del Pianeta, andando ben oltre le terre dell’Islam. (Redazione)


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Isis pronto ad attaccare Baghdad: diecimila jihadisti alle porte della città
Onu: a Kobane si rischia una nuova Srebrenica. La follia che assale i militanti che combattono per il Califfato

ROMA (Italy) - Circa 10mila jihadisti dell'Isis sarebbero alle porte di Baghdad, pronti a sferrare un attacco alla capitale irachena. A riportarlo è il sito della tv Al Arabiya che cita un alto funzionario governativo iracheno. Intanto il capo di stato maggiore interforze Usa, Martin Dempsey, è convinto che "Mosul diventerà a un certo punto il campo di battaglia decisivo sul terreno".

Onu: "Si rischia una nuova Srebrenica": il genocidio eseguito dai serbi nella guerra 1992-1995 in cui furono giustiziati circa ottomila uomini e ragazzi bosniaci. Secondo l'ong Ondus i jihadisti si sono impadroniti del comando delle forze curde; 500-700 civili sono intrappolati nella città, circa 10.000 persone sono ammassate al confine. L'Onu lancia l'allarme "si rischia un massacro" e chiede alla Turchia di intervenire per difendere Kobani. Migliaia di curdi hanno sfondato il confine tra Turchia e Siria per accorrere alle difesa di Kobane. (Nella foto una curda corre a difendere Kobane dai fanatici dell'Isis)


I jihadisti dell'Isis sono riusciti a impadronirsi del quartier generale delle forze curde a Kobani, secondo quanto riferisce l'Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus). I miliziani dello Stato islamico hanno preso il controllo del comando delle forze curde. La città è ormai sotto assedio da giorni e la resistenza dei curdi si sta facendo sempre più debole. I jihadisti, nelle ultime ore, stanno anche provando a raggiungere il confine con la Turchia da Nord, ha riferito l'Osservatorio siriano sui diritti umani ma assicura il viceministro degli Esteri del governo autonomo di Kobani, Idris Nuaman, ancora si può passare in territorio turco attraverso un valico strenuamente difeso dai miliziani curdi.

Intanto l'inviato dell'Onu per la Siria, Staffan de Mistura ha inviato un appello al governo di Ankara per scongiurare la caduta della città. "Cosa intraprendere spetta alle autorità turche deciderlo" ma la Turchia potrebbe consentire al flusso di "volontari" di entrare in Siria per difendere la cittadina a maggioranza curda a ridosso del confine turco-siriano assediata dall'Isis". E aggiunge "le Nazioni Unite non vogliono un altro massacro come quello che avvenne a Srebrenica". 500-700 persone anziane e altri civili sono intrappolati nella città, l'allarme dell'inviato Onu, mentre da "10.000 a 13.000 sono vicino al confine tra Siria e Turchia". Per il diplomatico quindi tutto quanto può deve essere fatto per frenare l'avanzata dell'Isis.

E per comprendere la follia che imperversa tra i proseliti del Califfato, può servire la notizia che giunge dall'intransigente Austria. Due ragazze sono fuggite da Vienna il 10 giugno scorso lasciando un biglietto: "Inutile cercarci: ci vediamo in paradiso Serviremo Allah e moriremo per lui". Samra Kesinovic e Sabina Selimovic hanno, rispettivamente, 17 e 15 anni, sono di origine bosniaca, ma con le famiglie hanno vissuto gran parte della loro vita nella capitale austriaca. E a Vienna le due adolescenti hanno cominciato a frequentare alcune moschee dove probabilmente hanno trovato i contatti che le hanno poi condotte in Siria a combattere e sostenere l'Isis. Arrivate al fronte hanno pubblicato foto sui loro profili twitter che le ritraevano con il niqab, mentre dei guerriglieri islamici brandivano fucili in direzione dell'obiettivo. Ma poi l'entusiasmo è venuto meno quando si sono ritrovate ad essere giovani mogli di guerriglieri curdi jihadisti e sono rimaste incinte.

Almeno Sabina Selimovic si è sicuramente pentita, e secondo il giornale austriaco Oesterreich, da Raqqa, città al nord della Siria e ‘capitale’ dell'autoproclamatosi Stato Islamico avrebbe cercato di contattare amici e familiari per tornare in Europa, . Sull'argomento si è espresso il Ministero degli Interni austriaco attraverso il portavoce Karl-Heinz Grundboeck, che ha chiarito che "una volta partiti, è quasi impossibile tornare" nel paese. Esclusa questa possibilità, non si fermano comunque le ricerche delle due ragazze. Anche l'Interpol ha pubblicato sul sito le foto di Samra e Sabina. Quest'ultima era data per morta a metà settembre. I giornali hanno poi smentito la notizia dopo un messaggio via Whatsapp inviato ad un'amica. (Redazione)


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Il Califfato (Isis) a un passo dal confine Turco. La minaccia all'occidente ora è reale
Ma chi sono i guerriglieri dello Stato islamico di Abu Bakr Al-Baghdadi

Intervista esclusiva ad Antonella Colonna Vilasi presidente del centro studi sull'intelligence (UNI)

ROMA (Italy) - L’Isis avanza ed è a alle porte dalla Turchia. Diverse bandiere del Califfato sono state issate nella zona orientale di Kobane, la città siriana a ridosso del confine turco. L’avanzata delle truppe del califfato, affermano ufficiali curdi, è favorita dal fatto che i combattenti hanno preso il controllo di una collina strategica nei pressi della cittadina da cui possono dominare con l’artiglieria tutta l’area. Assediata da diverse settimane, Kobane è capitolata mentre la Turchia osserva la scena da 800 metri di distanza, quanto basta per far tremare la Nato e l'occidente intero.

Il leader della formazione tunisina Ansar al Sharia, Abou Iyadh, dalla latitanza ha lanciato un appello al capo di al Qaida nel Maghreb islamico, l'emiro Abdelmalek Droukdel, affinché insieme si alleino con lo Stato islamico di Abu Bakr Al-Baghdadi. Mentre il movimento islamico dell'Uzbekistan, un gruppo legato ad Al-Qaida e attivo anche in Afghanistan e nelle zone tribali pakistane, ha annunciato il suo sostegno all'Isis.


Presidente Vilasi, l'IS può essere considerata un’organizzazione terroristica come al-Qaeda? "Gli jihadisti sunniti dello Stato Islamico o IS sono una sigla di successo del terrorismo islamico internazionale. L'IS è appoggiato da al Qaeda (nel Maghreb Islamico del Nord Africa e nella Penisola Arabica), ed ha il sostegno dei talebani pakistani, importante passo in avanti per la jihad globale e per la creazione di un Califfato Islamico con una gittata geopolitica che superi i territori della Siria e dell' Iraq. Al Baghdadi si è rafforzato con il supporto delle tribù di Al Anbar, che precedentemente avevano combattuto contro Al Qaeda. L'intelligence Usa ha sottovalutato la volontà dell’IS di combattere. I segnali che lo Stato islamico stava guadagnando forza erano già emersi quando i funzionari dell'Intelligence statunitense avevano espresso allarme anche pubblicamente."

In cosa differisce da AL Qaeda? "Al Qaeda è un'organizzazione terroristica jihadista che non ha conquistato sinora territori con l'obiettivo di creare un “Califfato” come nel caso dell'IS. Secondo una visione “complottista”, l’IS è stato agevolato e manovrato dai servizi dei vari Paesi coinvolti. Il militare algerino in pensione ed esperto di lotta antiterrorista Ali Zaoui ipotizza dietro il rapimento e l’esecuzione del cittadino francese Pierre Gourdel i servizi segreti francesi, con la finalità di coinvolgere l’Algeria nella coalizione contro l’IS. Secondo un'altra scuola di pensiero le colpe vanno addossate alla politica di Bush JR: a causa delle molte atrocità perpetrate dalla coalizione a guida americana durante la guerra in Iraq, la società irachena è stato terreno fertile per la predicazione di Al Baghdadi e dei suoi seguaci sunniti, emarginati dall'establishment sciita al potere."

In rete gli appartenenti all’IS si scambiano info dimostrando di conoscere i nomi degli equipaggi impegnati nei raid aerei della coalizione, dei quali mostrano immagini e copie dei documenti… quali le loro fonti? Possiamo parlare di intelligence così avanzata da far invidia a quella di molti governi? "Si, la rete di intelligence jihadista è ampia e diffusa e gode di molti consensi, con penetrazioni ed infiltrazioni anche nelle strutture di intelligence occidentali."

In molti paesi membri dell’UE c’è un vuoto legislativo… gli jihadisti che partono per i fronti di guerra tornano in Europa quasi indisturbati… quali i rischi? "I giovani europei di seconda o terza generazione che abbracciano il radicalismo islamico sono guerrieri di una jihad militante. Con tutti gli interrogativi sulla sicurezza una volta che ritornano dalla guerra, nei rispettivi paesi europei. Secondo le stime dell'Unione Europea più di 3000 cittadini europei sono partiti per unirsi ai combattenti in Siria ed Irak. Una polveriera che ha portato Papa Francesco a intervenire con decisione ed ad affermare che siamo nella Terza Guerra mondiale."

L’IS ha creato un suo ufficio stampa, i suoi media etc, quanto è importante per il califfato la campagna mediatica? "Importantissima visto che la propaganda dell'IS ha l'obiettivo di terrorizzare e diffondere la potenza dell'offensiva contro l'Occidente."

Twitter e facebook in questi giorni hanno cancellato migliaia di profili di jihadisti, quale il danno arrecato alle intelligence occidentali che potevano attingere informazioni? "Si notevole, benchè l'intelligence sia in possesso degli strumenti necessari per risalire agli account twitter e facebook, che lasciano una traccia informatica." (Giorgio Esposito)

Antonella Colonna Vilasi è presidente del Centro Studi sull'intelligence (UNI). Collabora con numerose riviste scientifiche, nelle quali pubblica articoli su intelligence e sicurezza. Insegna intelligence in numerose agenzie ed università. E' professore ordinario americano e visiting professor di intelligence a Atene, Bucarest, Londra, Madrid, Malta, Parigi e Tirana. Tra gli altri, ha di recente pubblicato: Manuale di intelligence e Islam tra pace e guerra.

Islam tra pace e guerra - Una civiltà, quella islamica, in cui Stato e religione sono integrati al punto tale da sfociare nella cosiddetta "guerra santa". L'Islam, soffocato dal perenne conflitto tra pace e guerra, ha visto nascere, a partire dagli anni Sessanta, numerose organizzazioni criminali volte al terrorismo internazionale. Nella sua Introduzione, il giudice Rosario Priore definisce l'opera come "un trattato completo sulle organizzazioni terroristiche arabe ed islamiche" ed elogia l'approccio esaustivo alla materia; mentre nella Prefazione Vittorfranco Pisano, capo del Dipartimento Sicurezza e Intelligence dell'Università "Hugo Grotius", sottolinea come il volume sia volto a fornire un contributo decisivo per la comprensione del fenomeno terroristico nella sua complessità.


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L’Isis decapita l’ostaggio inglese Alan Henning. I miliziani: il prossimo sarà lo statunitense Kassig
Henning era un autista di taxi ed era stato catturato in Siria nove mesi fa
quando si era unito con degli amici musulmani a un convoglio che portava aiuti in Siria

ROMA (Italy) - I jihadisti dello Stato Islamico hanno diffuso un nuovo video con la decapitazione di un nuovo ostaggio britannico. Si tratta di Alan Henning, 47 anni. E' il quarto ostaggio occidentale decapitato 'in diretta' dall'Isis. Ora il boia minaccia l'americano Peter Kassig. I jihadisti avevano mostrato le sue immagini in occasione dell'uccisione di David Haines, lo scorso mese, minacciando di fargli fare la stessa fine. Martedi' scorso la moglie di Henning aveva lanciato un appello all'Isis chiedendo il rilascio del marito.

Si tratta del secondo inglese ucciso in Siria da quando la Gran Bretagna si è unità ai raid contro lo Stato islamico a fianco degli Usa e dei suoi alleati arabi, Giordania, Arabia Saudita e Emirati Arabi. Prima di Henning erano stati uccisi gli americani James Foley e Steven Sotloff e lo scozzese David Haines.


Alan Henning era caduto nelle mani dei jihadisti nel dicembre del 2013 ed era stato minacciato di decapitazione nel video in cui veniva barbaramente ucciso lo scozzese David Haines. Padre di due bambini, originario di Manchester, Henning aveva 47 anni e dedicava il suo tempo libero a raccogliere aiuti per i bambini siriani e a trasportarli in Medio Oriente, con una piccola organizzazione di volontariato chiamata “Aid 4 Syria”. Secondo quanto riferiva a metà settembre il Daily Telegraph, Henning era al suo quarto viaggio in Siria quando il 26 dicembre del 2013 venne rapito da un gruppo di uomini mascherati nella città di Al Dana, vicino al confine con la Turchia. Un attivista siriano che aveva trascorso con lui una notte in prigionia, prima di riuscire a fuggire, ha raccontato che Henning era convinto che sarebbe stato liberato molto presto per via della sua attività di volontariato per una organizzazione musulmana. Ma non è stato così. Sarebbe stato trasferito dai suoi rapitori nella città siriana di Raqqa, considerata come la roccaforte dell’Isis.

Si tratta di un nuovo assassinio di un inglese da quando la Gran Bretagna si e' unita' ai raid contro lo Stato islamico a fianco degli Usa e dei suoi alleati arabi, Giordania, Arabia Saudita e Emirati Arabi. Secondo quanto riporta Site Intelligence Group, che monitora i gruppi jihadisti, il video, della durata di un minuto e undici secondi e dal titolo "Un altro messaggio all'America e ai suoi alleati", mostra Henning vestito con la consueta camicia arancione che dice: "A causa della decisione del Parlamento di attaccare lo Stato Islamico io, britannico, paghero' ora il prezzo di questa decisione". La scorsa estate l'Isis ha mostrato la decapitazione dei giornalisti americani James Foley e Steven Sotloff. Lo scorso 13 settembre e' stato invece giustiziato il primo inglese, l'operatore umanitario David Haines. Nel video Henning appare in ginocchio con accanto il suo boia vestito di nero e con il volto coperto. (Redazione)


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ISIS plotting ‘imminent’ attacks on subways in US, Paris: Iraq’s PM
Islamic State terrorists are plotting an attack on the New York and Paris subway systems,
Iraq’s prime minister warned Thursday morning at the United Nations

ROMA (Italy) - Islamic State terrorists are plotting an attack on the New York and Paris subway systems, Iraq’s prime minister warned Thursday morning at the United Nations. Prime Minister Haider al-Abadi said he was told of the plot by his intelligence in Baghdad, and that it was from foreign ISIS fighters in Iraq, according to the Associated Press.

He said the attacks had not been thwarted yet, and he had alerted the United States. Al-Abhadi made the claim at a meeting with reporters at a gathering of world leaders at the General Assembly. Govs. Cuomo and Chris Christie said Wednesday there will be a surge of law-enforcement, as well as the military, at major transit hubs due to Middle East conflict. But they did not mention any specific threats by terror groups. A law-enforcement source said the NYPD has not been told yet of any specific planned attack.


The MTA has increased uniformed cops by 30 to 50 percent at high-volume stations, is increasing random bag checks, and is closely watching high-profile locations on security video. They did not immediately comment on the Iraq prime minister’s comments today.

President Obama on Wednesday charted a muscular new course for the United States in a turbulent world, telling the United Nations General Assembly in a bluntly worded speech that the American military would work with allies to dismantle the Islamic State’s “network of death” and warning Russia that it would pay for its bullying of Ukraine. Two days after ordering airstrikes on dozens of militant targets in Syria, Mr. Obama issued a fervent call to arms against the Islamic State — the once-reluctant warrior now apparently resolved to waging a twilight struggle against Islamic extremism for the remainder of his presidency. “Today, I ask the world to join in this effort,” Mr. Obama said, seeking to buttress a global coalition that he said would train and equip troops to fight the group, also known as ISIL, starve it of financial resources, and halt the flow of foreign recruits to its ranks. “Those who have joined ISIL should leave the battlefield while they can,” Mr. Obama said, foreshadowing the blows to come. “For we will not succumb to threats, and we will demonstrate that the future belongs to those who build, not those who destroy.” The brutality of the militants, he said, “forces us to look into the heart of darkness.”

Obama Calls On The World To Help Destroy ISIS - President Barack Obama on Wednesday appealed to the global community to help the United States bring down Islamic State militants, saying it will take a broad coalition "to dismantle this network of death." In remarks before the United Nations General Assembly in New York, Obama conveyed a strong message of collectivism, calling not just on the international community to reject violent extremism but also on the Muslim community to reject it. He used the word "collectively" four times; "together" 12 times; and "cooperation" four times. "There can be no reasoning, no negotiation, with this brand of evil," Obama said. "The only language understood by killers like this is the language of force. So the United States of America will work with a broad coalition to dismantle this network of death."

The 39-minute speech was also notable for what he did not say. Last year, he singled out nuclear negotiations with Iran and Syria’s civil war as two of his top priorities in the Middle East. On Wednesday, he mentioned them in only a cursory manner. Iran, he said, should not let the chance for a nuclear agreement slip by. But he made no reference to Iran’s president, Hassan Rouhani, who has made clear he does not want to shake hands with Mr. Obama this week, a gesture long-awaited as a symbol of thawed relations between Iran and the United States. Privately, American officials have expressed deep skepticism about the status of the negotiations with Tehran, and Mr. Obama’s subdued remarks suggested he shares that pessimism. The president also did not single out President Bashar al-Assad of Syria for criticism, as he did last year, over the use of chemical weapons, though he spoke of the brutality of the Assad regime. Mr. Assad has voiced support for the American-led strikes in Syria, and his air force has not interfered with American warplanes entering Syrian airspace.

In a sign of how the fight against the Islamic State has reordered priorities, Mr. Obama pledged to train and equip moderate rebels in Syria — something he long resisted and labeled a fantasy. He repeated calls for a political settlement to end the civil war there, acknowledging that “cynics may argue that such an outcome can never come to pass.” (Redazione)


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L'orrore dell'Isis esportato in Algeria, decapitato l’ostaggio francese rintracciato grazie a facebook
Herve Gourdel, viaggiatore e guida alpina, giustiziato per punire la Francia intervenuta nei raid aerei

ROMA (Italy) - E' stata decapitato l'ostaggio francese Hervè Gourdel, la guida alpina di 55 anni rapita l'altra sera a Tizi Ouzou, a 110 km a est di Algeri. Lo hanno annunciato gli stessi rapitori con un altro video choc.

Nel video, messo in rete dai jihadisti, l'ostaggio prima di essere decapitato, si rivolge direttamente al presidente Francois Hollande accusandolo di avere seguito la linea di Barack Obama. Gourdel si rivolge poi ai familiari, citandoli ciascuno per nome, ma a quel punto l'audio è interrotto. Hervè Gourdel, rapito domenica in Algeria da estremisti islamici e decapitato oggi, è stato individuato dai sequestratori tramite la sua pagina Facebook, in cui indicava i suoi spostamenti. Lo ha dichiarato a France Info lo specialista del mondo arabo Naoufel Brahimi.


L’ostaggio francese in Algeria, Herve Gourdel, è stato decapitato dai suoi rapitori. L’uccisione dell’uomo è stata documentata in un video intitolato Messaggio di sangue per il governo francese. Il gruppo jihadista algerino Jund al-Khilafa, alleato dello Stato Islamico, ha rivendicato in un video il sequestro della guida francese, 55 anni, avvenuto domenica sera a Tizi Ouzou, 110 chilometri ad est di Algeri, in Cabilia.

Il video postato dai jihadisti inizia con immagini della conferenza stampa del presidente François Hollande, durante la quale l’inquilino dell’Eliseo ha annunciato la partecipazione della Francia ai bombardamenti contro l’Isis in Iraq. Di seguito viene mostrato l’ostaggio in ginocchio e con le mani dietro la schiena, circondato da quattro uomini armati e la faccia coperta. Uno di loro legge un messaggio in cui denuncia l’intervento dei “crociati criminali francesi” contro i musulmani in Algeria, Mali e soprattutto in Iraq. L’ostaggio francese Herve Gourdel, prima di essere decapitato, si rivolge direttamente al presidente Francois Hollande accusandolo di avere seguito la linea di Barack Obama. Gourdel si rivolge poi ai familiari, citandoli ciascuno per nome, ma a quel punto l’audio è interrotto.

Lunedì scorso, i jihadisti di Jund al-Khilafa, un gruppo di fondamentalisti islamici che si dice affiliato all'Isis, aveva minacciato di uccidere entro 24 ore Hervè Gourdel, la guida alpina di 55 anni rapita nelle montagne dell'Algeria, se Parigi non avesse fermato i raid aerei contro le posizioni dello Stato islamico in Iraq. Ieri, da New York il presidente Francois Hollande aveva detto a chiare lettere che nonostante la gravità della situazione non si sarebbe piegato al 'ricattò dei terroristi. Il rapimento e la successiva decapitazione di Hervè Gourdel segue il terrificante messaggio audio, nel fine settimana, del portavoce dell'Isis, Abu Muhammed Al Adnani, in cui prendeva particolarmente di mira la Francia, l'unico Paese europeo ad aver lanciato i raid aerei contro lo Stato islamico, insieme agli Usa. In un video era stato rivendicato il sequestro del cittadino francese da parte di un gruppo armato algerino legato allo Stato islamico, chiamato Jund al-khilafah (soldati del califfato). (Redazione)

Hervé Gourdel postava le foto dei passaggi che ammirava in Algeria sul suo account Facebook, perchè gli amici lontani lo potessero seguire. L'hanno fatto anche i terroristi Jund al-Khilifa che, secondo la tesi di Naoufel Brahimi, sono riusciti così a geolocalizzarlo. Amava viaggiare e amava il trekking, Hervé Gourdel. E voleva condividere i suoi viaggi sulle montagne del mondo - dal Marocco al Nepal, fino all'Algeria - con tutte le persone che conosceva. Per questo pubblicava sul suo profilo Facebook le immagini mozzafiato dei paesaggi che ammirava sul suo cammino. E così è stato localizzato dai terroristi. Tramite il social network seguivano i suoi spostamenti, guardavano le fotografie e capivano la sua posizione. E' la tesi di Naoufel Brahimi, docente a Science Po e consulente internazionale sulle questioni del mondo arabo. Qui l'intevista rilasciata a France Info sulle sorti della guida alpina decapitata dagli affiliati di IS. Domenica scorsa i terroristi hanno individuato Gourdel e lo hanno rapito. Gli amici algerini che erano con lui sono stati derubati e liberati ma lui, cittadino francese, è diventato merce preziosa per gli uomini di Jund al-Khilifa. Lo hanno rapito, utilizzato come arma di ricatto - avevano lanciato un ultimatum al presidente Hollande: la sua vita in cambio della fine dei bombardamenti contro lo Stato Islamico in Iraq - e poi, dopo il rifiuto di trattare, decapitato.

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Stati Uniti e Paesi Arabi contro l’Isis, iniziati gli attacchi aerei per eliminare i terroristi del Califfato
Alle operazioni partecipano Arabia Saudita, Emirati arabi, Giordania, Bahrein e Qatar

ROMA (Italy) - Primi raid degli Usa e dei Paesi arabi "alleati" contro l'Isis in Siria. Secondo fonti dell'amministrazione americana hanno partecipato alle operazioni Arabia Saudita, Emirati arabi, Giordania, Bahrein e Qatar. I bombardamenti avrebbero interessato l'area in cui si trova la città di Raqqa, nel nordest del Paese, eletta dai jihaidisti del "califfato" dello Stato Islamico come loro capitale.

Con l'inizio dei bombardamenti in Siria è scattato il massima allerta negli Stati Uniti sul fronte dell'antiterrorismo, anche se al momento non si registrano minacce specifiche di attacchi contro obiettivi americani. Lo affermano fonti di intelligence citate dalla Cnn, ammettendo che la nuova offensiva contro l'Isis aumenta i rischi per la sicurezza nazionale. Minacce dei terroristi del Califfato anche per l'Italia e per la capitale Roma.


Dopo le minacce, l’offensiva. Gli Stati Uniti hanno dato il via questa notte alla prima campagna militare contro l’Isis: aerei da combattimento, bombardieri e missili Tomahawk sono stati lanciati contro obiettivi sensibili nel nord della Siria. I raid Usa in Siria si sono resi necessari per prevenire “un imminente attacco contro gli Usa e gli interessi occidentali” pianificato da veterani di Al Qaida, altresì conosciuti come il gruppo “Khorasan”. A riferirlo il comando centrale americano. Le prime azioni si sono concentrate sulla zona di Raqqa, trasformata in un bastione dai jihadisti del Califfo, e sono state portate avanti con un consistente numero di velivoli. Gli Usa hanno impiegato F16, F 15, F18, bombardieri B1 e Av 8 Harrier con l’appoggio degli aerei da rifornimento. In azione anche droni armati per garantire una presenza prolungata sulla zona operativa. I raid Usa in Siria contro le postazioni jihadiste sono stati avviati per prevenire "un imminente attacco contro gli Usa e gli interessi occidentali" pianificato da veterani di Al Qaeda, conosciuti come i 'Khorasan', il gruppo descritto dalla stampa americana come il più pericoloso dello Stato islamico.

Massima allerta attentati in Usa - Con l'inizio dei bombardamenti in Siria è scattato il massima allerta negli Stati Uniti sul fronte dell'antiterrorismo, anche se al momento non si registrano minacce specifiche di attacchi contro obiettivi americani. Lo affermano fonti di intelligence citate dalla Cnn, ammettendo che la nuova offensiva contro l'Isis aumenta i rischi per la sicurezza nazionale.

Gli obiettivi degli Usa in Siria - Secondo quanto riferisce il Washington Post, gli Usa avevano individuato almeno 20 obiettivi da colpire nella prima ondata di bombardamenti in Siria, azione che fa seguito alla campagna contro l'Isis avviata l'8 agosto in Iraq. Da allora, a ritmo quotidiano, i caccia americani hanno preso di mira e distrutto almeno 190 obiettivi. Fino ad ora si è trattato però soprattutto di una campagna a carattere di difesa, per proteggere il personale diplomatico e militare americano nel Nord dell'Iraq e per sostenere le forze irachene impegnate a contrastare l'avanzata dell'Isis nella regione della strategica diga di Mosoul e verso la città di Erbil, capitale del Kurdistan iracheno.

Attacco al cuore dello Stato Islamico - Questa volta, secondo le indicazioni, gli obiettivi presi di mira sarebbero nel "cuore" dello Stato islamico, a Raqqa, la città nel nord della Siria dove il califfo Abu Bakr Al Baghdadi ha posto la sua capitale. In particolare si parla di centri di comando e controllo e di campi di addestramento e di depositi di armi e munizioni. I raid aerei hanno colpito anche alcune postazioni dello Stato islamico nella provincia a maggioranza curda di Hasake, nel nord-est siriano, come riferiscono fonti concordanti e testimoni locali. Le fonti confermano quanto riferito in precedenza dall'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus). Colpiti anche i qaedisti di Khorasan - Anche i guerriglieri di Khorasan sono stati colpiti dai raid della coalizione in Siria. Il quotidiano panarabo al Hayat, sul suo sito Internet, precisa che i bombardamenti hanno raggiunto basi di Khorasan a ovest di Aleppo. (Redazione)

La guerra non ferma gli aiuti umanitari del World Food Programme della Nazioni Unite - Una nota proveniente dal Quartier generale del Wfp di Roma informa che nonostante i continui spostamenti degli sfollati e i combattimenti in corso, che complicano ulteriormente l'accesso, il WFP ha fornito assistenza alimentare in 13 dei 18 governatorati iracheni, tra cui i tre governatorati curdi, Erbil, Dahuk e Sulaymaniyah, così come i governatorati di Nineveh, Kirkuk, al-Anbar, Diyala, Babel, Wassit, Karbala, Najaf, oltre a Muthana e Thi Qar. Circa 1,8 milioni di iracheni sono sfollati a causa del conflitto in Iraq, dalla metà di giugno.

La situazione umanitaria continua a peggiorare a causa dei combattimenti e molti iracheni vivono in condizioni precarie, senza accesso a cibo, acqua o riparo. Alcuni vivono sotto i ponti o lungo le strade, mentre altri vivono in campi o trovano rifugio in edifici ancora in costruzione.

Il WFP prevede di continuare ad espandere l’assistenza alimentare per aiutare 1,2 milioni di persone sfollate entro la fine dell'anno. La maggior parte del milione di persone assistite dal WFP ha ricevuto pacchi alimentari contenenti generi di prima necessità come riso, olio da cucina, farina di frumento, lenticchie, pasta e sale. Ogni pacco serve a sfamare una famiglia di cinque persone per un mese. Il WFP ha anche fornito razioni d’emergenza di cibo pronto all’uso compreso cibo in scatola per gli sfollati in movimento che non hanno possibilità di cucinare. Prima della recente crisi, il WFP stava già assistendo circa 240.00 sfollati in Iraq, vittime del conflitto nel governatorato di al-Anbar e 180.000 rifugiati a causa dei combattimenti in Siria, che hanno trovato riparo in Iraq. Il WFP è riuscito ad ampliare l’assistenza in Iraq grazie a un contributo di 148,9 milioni di dollari da parte dell'Arabia Saudita, a luglio, che ha aiutato l'agenzia a rispondere rapidamente ed efficacemente alla crisi umanitaria. Esso fa parte di una donazione totale di 500 milioni dollari dell'Arabia Saudita alle agenzie delle Nazioni Unite per il popolo iracheno.

A questo scopo e per meglio comprendere gli sforzi del personale targato Nazioni Unite, giova rammentare che il WFP è la più grande agenzia umanitaria che combatte la fame nel mondo fornendo cibo in situazioni di emergenza e lavorando con le comunità per costruire la resilienza. Nel 2013, il WFP ha assistito oltre 80 milioni di persone in 75 paesi.

Visualizza negli articoli precedenti i servizi sull'invio degli aiuti umanitari in Iraq


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Isis, nuovo orrore: decapitato anche l'ostaggio britannico David Haines
Haines, 44 anni, operatore umanitario esperto della sicurezza delle Ong, fu rapito nel marzo 2013

ROMA (Italy) - Il britannico David Haines, rapito circa un anno fa in Siria, è stato decapitato dall'Isis. Lo annuncia il gruppo rilasciando un nuovo filmato con le immagini dell'uccisione. Proprio nelle ultime ore la famiglia di Haines aveva lanciato un appello ai rapitori chiedendo che si mettessero in contatto con loro quanto prima. I terroristi minacciano ora di uccidere l'ostaggio inglese Alan Henning.

L'Isis, nel rivendicare la responsabilità dell'esecuzione del cooperante scozzese, ha sottolineato che si tratta di una rappresaglia per l'ingresso del Regno Unito nella coalizione per combattere il gruppo estremista jihadista. Si tratta del terzo ostaggio decapitato in un mese, dopo i due giornalisti americani sequestrati in Siria, Steven Sotloff e James Foley. Rapito in Siria nella quale operava per portare aiuti umanitari, aveva già cooperato in Libia e Sud Sudan.


Il video che annuncia l'avvenuta decapitazione, della durata di due minuti e 27 secondi, si intitola "Un messaggio agli alleati dell'America" ed è simile ai precedenti filmati diffusi dall'Isis. Anche il boia sembra lo stesso; è lui a rivolgersi al premier britannico, David Cameron, ammonendolo che la sua alleanza con gli Usa trascinerà la Gran Bretagna in una "nuova sanguinosa guerra che non potrete vincere".

Come nei precedenti filmati, anche in questo caso l'ostaggio condanna le azioni del suo governo contro l'Isis e lo accusa di essere responsabile della sua morte. Rivolgendosi al premier britannico Cameron, Haines afferma: "Sei entrato volontariamente in una coalizione con gli Usa contro lo Stato Islamico, come ha fatto il tuo predecessore Tony Blair, seguendo la corrente dei nostri premier britannici che non hanno il coraggio di dire no agli americani".

Foreign Office britannico: video autentico - Dopo accurati esami sul filmato, il Foreign Office britannico ha comunicato l'autenticità del video. "Tutto dimostra - ha riferito un portavoce del ministero degli Esteri - che il filmato diffuso è autentico e non abbiamo ragione di credere che non lo sia".

Cameron presiede il comitato Cobra - Il premier britannico sta presiedendo a Londra la riunione del comitato di crisi "Cobra", a cui partecipano i vertici dei ministeri e delle forze armate per discutere le opzioni del governo britannico di fronte al pericolo rappresentato dai jihadisti in Siria e Iraq: fra queste anche la partecipazione militare di Londra ai raid americani contro l'Isis.

Chi era David Haines - Haines, 44 anni, operatore umanitario esperto della sicurezza delle Ong, originario di Perth, fu rapito nel marzo 2013 nel villaggio di Atmeh, nella provincia di Idlib, in Siria, con il cooperante italiano Federico Motka, liberato a maggio. Era nella zona con l'agenzia francese Acted per portare aiuti umanitari. Prima della Siria, Haines aveva già operato in Libia e Sud Sudan. La vita avventurosa non gli aveva impedito di mettere su famiglia: lascia una moglie e due figlie, di 17 e 4 anni.

Il fratello: "Aiutava chi aveva bisogno" - "David era una persona comune, uno come tanti, ma entusiasta del suo lavoro come operatore umanitario". Il fratello Mike Haines ricorda così David, continuano: "Era uno che aiutava chiunque avesse bisogno senza badare alla razza, al credo, alla religione". In un comunicato a nome della famiglia reso noto dal Foreign office, traccia poi una breve biografia ricordando l'infanzia e le vacanze trascorse insieme in caravan e in tenda, i due matrimoni e le due figlie Bethany e Athea. "David lavorò con l'Onu nei Balcani aiutando la gente che aveva veramente bisogno. Ci sono tante testimonianze di persone di quella regione aiutate da lui".

Alcuni giorni fa gli estremisti del Califfato avevano diffuso un nuovo video con la decapitazione di un soldato curdo, minacciando l'America per la seconda volta e sollecitando i curdi a rompere la loro alleanza con l'Occidente contro l'Isis. Poche ore dopo lo Stato islamico ha rilasciato un altro scioccante filmato con l'esecuzione massa di 300 soldati siriani e una nuova minaccia agli Stati Uniti. Il primo video, accompagnato dall'hashtag "#2ndmessagetoAmerica", mostra la decapitazione di un soldato curdo, che faceva parte di un gruppo di 15 soldati probabilmente catturati dall'Isis durante i combattimenti in Iraq.

In questo nuovo filmato, a pochi giorni di distanza delle scioccanti decapitazioni dee reporter americani James Foley e Steven Sotlof, il prigioniero e i suoi boia si trovano davanti alla Grande moschea di Mosul, in Iraq. (Redazione)


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Le Nazioni Unite inviano aiuti umanitari dalla basi Italiane per le popolazioni irachene
Assistenza ad un milione di persone. Il Wfp è impegnato in una lotta senza sosta per soccorrere i profughi

ROMA (Italy) - La recente tragedia irachena interessa oramai una popolazione che si conta a sei zeri. Le situazioni sanitarie degenerano facilmente e sono a rischio epidemie. Il numero degli sfollati a causa delle violenze in Iraq sta aumentando a un ritmo preoccupante. L’accesso a determinate zone resta molto difficile. Da giugno, il WFP e i suoi partner lavorano senza sosta per fornire assistenza alimentare d’emergenza ad oltre 800.000 iracheni sfollati in 10 governatorati .

Per questo motivo, l'Office for the Coordination of Humanitarian Affairs ha organizzato un volo umanitario che, partito dalla base Wfp-Unhrd di Brindisi (Italy), porta sui luoghi del conflitto un carico di 67 tonnellate tra coperte, tende, taniche, set da cucina, teloni, sapone, zanzariere etc. Fonti UN citano altri cargo che nelle prossime settimane dovrebbero decollare dalla funzionale base pugliese del Wfp alla volta dell'Iraq.


Questa settimana, il WFP ha distribuito le prime razioni di cibo alle famiglie irachene sfollate a Ramadi e Heer, nel governatorato devastato dalla guerra. Queste distribuzioni portano a 838.000 il numero di persone che, in Iraq, hanno ricevuto l’assistenza del WFP da metà giugno . La situazione umanitaria continua a deteriorarsi a causa del conflitto. Nel paese, più di 1,5 milioni di persone sono sfollate e vivono in condizioni precarie, molte senza accesso a cibo, acqua o altri beni di prima necessità. A Heet, lo staff del WFP ha incontrato un uomo sfollato, padre di quattro figli, diretto a Baghdad per cercare assistenza medica per sua moglie. Lui e la sua famiglia sono scappati da Heet a gennaio, fuggendo dalle violenze scoppiate nella loro città, Ramadi. L’uomo ha raccontato di vivere con la sua famiglia a casa di parenti, spostandosi a seconda delle necessità. Ha descritto le loro vite e la situazione degli sfollati in Iraq come “una tragedia senza speranza”.

“Il numero degli sfollati a causa delle violenze in Iraq sta aumentando a un ritmo preoccupante. L’accesso a determinate zone resta molto difficile. Da giugno, il WFP e i suoi partner lavorano senza sosta per fornire assistenza alimentare d’emergenza ad oltre 800.000 iracheni sfollati in 10 governatorati”, ha dichiarato Mohamed Diab, Direttore Regionale del WFP per Medio Oriente, Nord Africa, Asia Centrale e Europa dell’Est. “Sulla base di valutazioni sul livello di crisi alimentare nel paese, stiamo utilizzando nuove rotte per trasportare cibo nel paese e contiamo di raggiungere nei prossimi mesi anche le famiglie sfollate in zone difficilmente accessibili come la regione meridionale di Al-Anbar”, ha dichiarato Jane Pearce, Direttore del WFP in Iraq. Nelle ultime settimane, il WFP ha aumentato il volume delle proprie operazioni in Iraq grazie ad una donazione di 148,9 milioni di dollari fatta nel mese di luglio dal Regno dell’Arabia Saudita. Il contributo ha permesso all’agenzia di rispondere rapidamente alla crisi umanitaria. Questo contributo fa parte di una donazioni di 500 milioni di dollari che l’Arabia Saudita ha fatto alle Nazioni Unite per aiutare il popolo iracheno.

Iraq Situation Overview - As a result of the displacement triggered primarily by the advancement of armed groups in both northwest and east of Mosul city in and around the districts of Jalawla (Diyala) and Sinjar (Ninewa), since 3 August, the United Nations has increased its planning number of people displaced in Iraq to 1.45 million. This is an increase of 250,000 from the previous planning figure of 1.2 million. The IDP number does not include people displaced in Iraq before 2014, nor does it include the 225,000 Syrian refugees in northern Iraq.1 Population movement to Erbil and Dahuk Governorates (Kurdistan Region) has been stabilizing. It was reported that at the Pesh Khabour border (Dahuk) crossing over 2,000 individuals arrived from Syria, mostly Yazidis who were in Nawroz camp (Syria) coming to join families who already reached Kurdistan. Some IDPs continued to return from Kurdistan (mainly adult males) to Sinjar District (Ninewa) using the safe route via Syria to reach Sinjar mountain to search for their relatives. Local authorities in Dahuk report that there are now over 400,000 IDPs the Governorate. Displacement from Ninewa and Anbar continues to central and southern Governorates (Kerbala, Najaf, Al Qaddisiya, Baghdad, Basra), where local authorities are overstretched and unable to respond to increasing demands in basic services. For the first time in an emergency response, an inter-agency team comprised of UN agencies, NGOs and a media development organisation has been to Erbil, Duhuk and Sulaymaniyah Governorates to understand the information needs and access to communication channels among internally displaced people. Preliminary findings are concerning. Displaced populations only have access to conflicting and broken information regarding the provision of basic services, creating confusion, isolation and mistrust. To date, IDPs are mostly relying on mobile phones to keep connected to family members left behind and to follow security developments in their areas of origin. Populations affected by crises need more than physical necessities. Information and communication are also forms of aid, as important as water, food and shelter. Humanitarian partners are mobilizing resources to start working with preferred communication channels, such as face to face communication, mobile phones, print materials and local media. (Redazione)


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Il "Califfato islamico" ha giustiziato il giornalista Usa Sotloff
Era comparso nel video dell’uccisione di Foley e indicato come prossima vittima

ROMA (Italy) - L’Isis avrebbe rilasciato un video di 2 minuti e 46 secondi in cui viene mostrato la decapitazione del cittadino americano Steven Sotloff. Il giornalista freelance, 31 anni, era stato rapito in Siria nel 2013. Era comparso nel video dell’uccisione di Foley e indicato come prossima vittima. Il boia sarebbe John l’inglese: Obama sono tornato per la tua arrogante politica estera. E minaccia un britannico.

Sotloff, 31 anni, reporter americano, era stato mostrato al termine del video di James Foley, l’altro giornalista decapitato dai jihadisti dello Stato Islamico. L’Isis aveva minacciato gli Usa che sarebbe stato il prossimo candidato a morire se non fossero cessati i raid sul nord dell’Iraq. I suoi familiari hanno aperto una petizione sul sito della Casa Bianca chiedendo al presidente di salvare la vita al figlio.


Era andato in Medio Oriente attirato dalle complessità della regione e dall’educazione ricevuta in una famiglia ebrea sopravvissuta alla Shoah. Steven Sotloff, come il cattolico James Foley, l’altro giornalista americano decapitato dall’Isis, apparteneva a una delle tre fedi della «culla della civiltà» la cui coabitazione sembra ogni giorno che passa diventata più difficile.

Sotloff, di cui il sito di intelligence SITE ha diffuso un video che ne mostra la decapitazione, veniva da una famiglia osservante. La madre Shirley, che insegna all’asilo della sinagoga di Pinecrest, un sobborgo di Miami, era «determinata a preservare la memoria dell’Olocausto perché i suoi genitori erano sopravvissuti alla Shoah», si legge in una breve biografia pubblicata dal tempio. Se però aveva avuto un ruolo nell’educazione di un ragazzo con la passione per lo sport e per il giornalismo, la religione per Sotloff non si era tradotta in politica. «Era affascinato dal mondo islamico, parlava bene l’arabo. Per questo ora lo minacciano di decapitazione», aveva scritto su Twitter Anne Marlowe, una collega, dopo che Steven era apparso in tuta da prigioniero arancione, minacciato da un jihadista dell’Isis, al termine del video della barbara uccisione di Foley.

31 anni, nato e cresciuto in Florida, Sotloff aveva fatto per anni il freelance prima di essere rapito: aveva scritto da Siria, Egitto, Libia, Turchia e Barhain per testate come Time, il Christian Science Monitor, Foreign Affairs e World Affairs Journal. Il suo sequestro, secondo altri colleghi, sarebbe stato frutto di un tragico capriccio del destino: Steven sarebbe stato rapito perché aveva scelto come collaboratore locale per entrare in Siria una guida, la cui identità però era stata bruciata con i rapitori da un altro reporter straniero, senza esperienza, intenzionato come lui a varcare il confine tra Turchia e Siria.

Sotloff amava il mondo islamico e nei suoi reportage si era spesso concentrato sul lato umano dei conflitti mediorientali, ad esempio visitando i campi profughi dei siriani. Era un grande tifoso di basket, sosteneva i Miami Heat negli ultimi anni dominatori della Nba, e sul suo profilo Twitter si definiva un filosofo da cabaret di Miami.

Steven era un uomo segnato, ha scritto qualche giorno fa sul Daily Beast Ben Taub, freelance e studente di giornalismo, che ha passato le ultime due estati a Kilis, la piccola città turca a sei chilometri dal confine siriano per documentare la vita ai margini del conflitto. Sotloff era stato preso in ostaggio nell’agosto 2013, la guida siriana, rapita con lui, era stata liberata due settimane più tardi. Conosceva i rischi ma non aveva paura, hanno poi detto da Miami i genitori che una decina di giorni fa hanno inviato una petizione al sito della Casa Bianca chiedendo al presidente Barack Obama di «fare tutto il possibile: un’espressione che, dopo l’uccisione di Foley, è diventata sinonimo di trattativa con i sequestratori.
(Redazione)


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Allarme attentati in Italia ed Europa. Stati Uniti elevano il livello di sicurezza negli aeroporti
Il re saudita Abdullah: fermare subito l’Isis o tra un mese attentati in occidente

ROMA (Italy) - L'Isis è una minaccia, serve una coalizione per fermarla". Queste le parole del presidente americano alla luce dell'allarme terrorismo che si è sviluppato in occidente compresa l'Italia. A rischio aeroporti, istituzioni e scuole internazionali. Il pericolo dei terroristi tra i migranti in arrivo.

Circolari di allertamento e direttive, cinque negli ultimi dieci giorni, partite dal Viminale e inviate a prefetti, questori e alle forze di polizia di tutt’Italia. La prima è stata mandata dopo la diffusione del video in cui James Foley veniva decapitato. I possibili obiettivi non solo le sedi istituzionali italiane, le ambasciate e i consolati. Anche i centri di cultura e le scuole straniere sono a rischio, come gli uffici turistici.
E a dimostrare che l’attenzione è alta sono anche controlli negli aeroporti, raddoppiati nelle ultime settimane. La minaccia jihadista potrebbe arrivare con un passaporto inglese o, addirittura, dall’area Schengen.


In Italia l’attenzione è concentrata sui cosiddetti returnisti: jihadisti che, nei campi di addestramento in Medio Oriente, hanno imparato a combattere e, in Iraq o in Afghanistan, hanno davvero preso parte alla grande battaglia dell’Islam. Vivono tra Brescia, Torino, Padova, Bologna, Ravenna e in Veneto e in questi centri esercitano la propria attività di propaganda. Portano, oltre insieme alla gloria, il Know how e la capacità attrattiva. Conoscono l’uso delle armi e dell’esplosivo. L'aeroporto di Tripoli è stato conquistato la scorsa settimana dalle milizie degli estremisti islamici che hanno gettato nel caos la Libia dopo la deposizione e l'uccisione del colonnello Gheddafi. Nello scalo, secondo i nostri servizi di informazione, c'erano decine di aerei passeggeri. Nessuno sa dire con esattezza quanti velivoli siano rimasti integri dopo settimane di attacchi e di colpi di mortaio. Ma viene ritenuto altamente probabile che diversi aeromobili siano ancora in grado di volare e non è escluso che il raid notturno compiuto giorni fa dai caccia di alcuni Paesi arabi avesse in realtà lo scopo di rendere inservibili gli apparecchi rimasti sulle piste e sui piazzali.

La preoccupazione, sebbene se ne parli meno possibile, è reale. Tutti i centri civili e militari che tengono sotto controllo i cieli del Nord Africa e del Medio Oriente hanno ricevuto istruzioni affinché venga prestata la massima attenzione a velivoli di cui non sia possibile una immediata identificazione secondo i codici della navigazione. Stesse istruzioni hanno ricevuto, dai rispettivi comandi, le navi militari (ce ne sono di ogni bandiera) che sono in navigazione nel Mediterranei meridionale. Il timore è che i terroristi possano far decollare un aereo dalla Libia e tentare di colpire l'Italia o altri Paesi del'Europa meridionale.

Anche la Gran Bretagna ha innalzato il livello di allarme terrorismo da «consistente» a «grave» in risposta alle minacce provenienti dello Stato Islamico. Lo ha annunciato il ministro dell'Interno, Theresa May, spiegando che il governo ritiene che sia altamente probabile un attacco terroristico anche se non vi sono informazioni che lo indichino come imminente. L'aumento del livello di allarme è collegato agli sviluppi in Siria ed in Iraq, dove gruppi terroristici stanno pianificando attacchi contro l'Occidente - recita una dichiarazione del ministro - questi complotti probabilmente coinvolgono combattenti che si sono recati dalla Gran Bretagna e dall'Europa a combattere in questi conflitti.

Allerta anche negli Usa. La polizia di New York sta seguendo attentamente gli sviluppi in Gran Bretagna in collaborazione con la task force congiunta dell'Fbi sul terrorismo ma al momento non ci sono minacce specifiche credibili per la Grande Mela: lo ha detto il capo della polizia newyorchese William Bratton dopo l'allerta lanciata dal premier britannico David Cameron. Bratton ha aggiunto che in ogni caso i livelli di allerta e le risorse della polizia a New York si modificano quotidianamente per rispondere alle modifiche della minaccia in tutto il mondo. Intanto il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale ha assunto nelle ultime settimane una serie di misure per rafforzare la sicurezza aerea negli aeroporti oltreoceano con voli diretti negli Stati Uniti. In un comunicato il segretario alla Sicurezza Nazionale, Jen Johnson, mette in evidenza come gli estremisti dell'Isis hanno mostrato l'intento e la capacità di prendere di mira cittadini americani all'estero e l'Isis rappresenta una minaccia attiva e seria nella regione. (Redazione)


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Allarme terrorismo. Il Califfato islamico (Isis) arruola anche italiani e bambini di 10 anni
Almeno 50 nostri connazionali reclutati sul web, sarebbero ora in forza ai jihadisti in Siria e Iraq

ROMA (Italy) - Nelle zone in Siria controllate dall’Isis, in particolare nel nord e nord-est del Paese, secondo il rapporto Onu si svolgono regolarmente esecuzioni, amputazioni, finte crocifissioni e flagellazioni in piazza ogni venerdì. I civili, compresi i bambini, sono invitati ad assistere al macabro rituale: i corpi delle persone uccise vengono lasciati in mostra per giorni per terrorizzare la popolazione e le donne che non si adeguano al "codice di abbigliamento" dell’Isis vengono flagellate.

Almeno 50 nostri connazionali reclutati sul web, sarebbero ora in forza ai jihadisti in Siria e Iraq. Secondo il rapporto dell'intelligence italiana, altri 200 giovani convertiti alla guerra Santa si troverebbero invece nel nostro Paese, per svolgere il ruolo di "ufficiali di collegamento" tra Europa e teatri di conflitto. Cinque persone residenti in Veneto risultano indagate nell’ambito di un’inchiesta per terrorismo aperta dalla Procura distrettuale di Venezia e condotta dai Ros. Si tratterebbe di elementi sospettati di essere vicini alle organizzazioni che si battono per la Jihad islamica. Dopo l’allerta terrorismo lanciata nei giorni scorsi dal Ministero dell’Interno, si era intensificata in Veneto l’attività di intelligence sui centri islamici e sui soggetti considerati pericolosamente vicini al fondamentalismo.


Intanto i miliziani dello Stato Islamico in Siria, oltre al giornalista americano Steven Sotloff, tengono in ostaggio anche una cooperante statunitense di 26 anni. La sua identità non è stata resa nota, ma il sequestro sarebbe avvenuto lo scorso anno e per il suo rilascio sarebbe stato chiesto un riscatto di 6,6 milioni di dollari e la scarcerazione di Aafia Siddiqui, neuroscienziata pachistana conosciuta come «lady al-Qaeda», condannata a 86 anni di detenzione per il tentato omicidio nel 2008 di agenti dell’Fbi e di ufficiali dell’esercito Usa. La Casa Bianca ha inoltre confermato la morte di un cittadino americano che ha combattuto con lo Stato Islamico in Siria: Douglas McAuthur McCain , 33 anni, originario di San Diego, sui social network si presentava con il nome di Duale ThaslaveofAllah, dichiarava che «l’Islam viene prima di tutto» e pubblicava gli interventi del portavoce dello Stato Islamico, Abu Muhammad Al-Adnani.

L'Italia tra i territori preferiti per il reclutamento - Cinque persone residenti in Veneto risultano indagate nell’ambito di un’inchiesta per terrorismo aperta dalla Procura distrettuale di Venezia e condotta dai Ros. Si tratterebbe di elementi sospettati di essere vicini alle organizzazioni che si battono per la Jihad islamica. L’ipotesi investigativa è che almeno alcuni di questi cinque abbiano svolto attività di reclutamento di persone - immigrati, ma non solo - interessate a raggiungere la Siria o l’Iraq, per prendere parte alla `guerra santa´ condotta dalle formazioni estremiste. Dopo l’allerta terrorismo lanciata nei giorni scorsi dal Ministero dell’Interno, si era intensificata in Veneto l’attività di intelligence sui centri islamici e sui soggetti considerati pericolosamente vicini al fondamentalismo.

Sono i "Foreign fighters". Giovani italiani, adescati sul web e convertiti alla guerra santa islamista. Secondo la relazione dei servizi di intelligence, starebbero combattendo al fronte, in Iraq e Siria. Si tratta di ragazzi tra i 18 e i 25 anni convertiti al jihadismo attraverso il web. L’indottrinamento avviene con tecniche pervasive e rapide. Tecniche psicologiche manipolative potenti, sperimentate in Pakistan, nei campi di addestramento per giovani kamikaze. In molti sono stati reclutati in città del nord, come Brescia, Bologna, Padova, ma anche Roma e Napoli. Un gruppo "molto pericoloso" a giudizio dei nostri servizi. Anche perché, diversi tra loro sarebbero rientrati nel nostro Paese dopo un periodo di addestramento in basi segrete, per lo più in Afghanistan. In Gran Bretagna, Germania, Francia e Belgio i jihadisti reclutati sono molto più numerosi di quelli italiani, ma partono direttamente per combattere come volontari nei teatri di conflitto. In Italia, invece, la maggioranza resta a fornire sostegno logistico, organizzativo e di reclutamento sul nostro territorio, ritenuto uno snodo nevralgico.

L’approccio iniziale può avvenire anche attraverso i social network. Basta una minima dote di ingegneria sociale, spiega un’altra fonte istituzionale che si occupa di cyber terrorismo per capire le inclinazioni e le debolezze di una persona e poi incidere su queste. Con una distinzione fondamentale per non fare confusione tra cyber terrorismo (attacchi diretti a sistemi informatici) e il reclutamento via internet. A cui si associano di norma altri due elementi: il radicalismo e la ricerca di risorse finanziarie da devolvere alla causa. Shumoukh al-Islam, Ansar al-Mujahedin, Jabhat al-Nosra sono ad esempio alcuni forum utilizzati per reclutare combattenti in Siria (anche se spesso gli indirizzi internet variano e i siti non sono raggiungibili). «Non abbiamo dei veri numeri, ma le statistiche sono basate sulle persone uccise» spiega Ely Karmon, esperto israeliano dell’International Institute for Counter-Terrorism. Le cifre vengono ricavate dai necrologi che compaiono su importanti forum di ideologia araba e di storia dei martiri. Il 10% di tutti i combattenti sunniti in Siria sono stranieri volontari. Sull’Europa i numeri sono ancora meno, ma sappiamo che chi ritorna a casa dopo aver combattuto potrebbe organizzare attentati, come è successo a Bruxelles pochi mesi fa ma. Attentato per fortuna sventato. Un mezzo molto utilizzato è Youtube, dove vengono inseriti molti video e conseguenti richieste di finanziamento. (Redazione)


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Mistero su Vanessa e Greta. Per il giornale Guardian sono prigioniere dei jihadisti
Cresce l’ansia per le giovani scomparse in Siria. Polemiche sul loro ruolo di cooperanti improvvisate

ROMA (Italy) - Dopo la diffusione dell’atroce video che mostra la decapitazione del giornalista Usa Jim Foley, l’ipotesi più temuta arriva dunque dal Guardian che, senza fare direttamente il nome delle due cooperanti, stila un elenco dei quattro ostaggi sequestrati nel paese dagli jihadisti dello Stato islamico: un danese, un giapponese e due donne italiane, appunto.

La linea della Farnesina sugli italiani rapiti nel mondo - sei i casi in questo momento - resta sempre la stessa: tutti i canali immediatamente attivati, silenzio stampa, massimo riserbo, contatti diretti solo con i familiari. Che, in queste ore, seguono con un misto di paura e speranza le voci che si rincorrono. Intanto, continua la ricerca degli assassini del giornalista Jim Foley, ucciso dai guerriglieri che lo tenevano in ostaggio da due anni. Una ragazza affida a Twitter la glorificazione dell’uccisione del giornalista e afferma di voler essere la prima jihadista donna ad uccidere un britannico o un americano.


E’ ancora mistero sulle sorti di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due volontarie - che in molti reputano sprovvedute per essersi improvvisate cooperanti in una zona di guerra - rapite in Siria alla fine di luglio. Il sottosegretario agli Esteri, Mario Giro, ha negato che si trovino in mano all’Isis: Non ci risulta, ha tagliato corto, ribadendo l’invito a mantenere il massimo riserbo sulla vicenda. Il sottosegretario ha così smentito il Guardian, che nei giorni scorsi ha parlato di due italiane finite nelle mani degli jihadisti dello Stato islamico senza citarne il nome. L’unica certezza, al momento, è che delle due cooperanti, rapite all’inizio di agosto, così come di padre Dall’Oglio, scomparso sempre in Siria ormai un anno fa, non si sa più nulla.

Dopo la diffusione dell’atroce video che mostra la decapitazione del giornalista Usa Jim Foley, l’ipotesi più temuta arriva dunque dal Guardian che, senza fare direttamente il nome delle due cooperanti, stila un elenco dei quattro ostaggi sequestrati nel paese dagli jihadisti dello Stato islamico: un danese, un giapponese e due donne italiane, appunto. Il quotidiano britannico non dice di più - e al momento questa indiscrezione non avrebbe trovato conferma - mentre il giornale arabo dedica a Vanessa e Greta un articolo ricco di particolari, citando una fonte del gruppo di ribelli Ahrar ash Sham che avrebbe annunciato la cattura di uno dei rapitori delle ragazze. La fonte assicura al giornale che le due cooperanti stanno bene e che saranno liberate «forse nelle prossime ore». E spiega che il rapitore finito nelle mani del gruppo avrebbe confessato che stava trattando con le autorità italiane per raggiungere un accordo su un riscatto. Si tratterebbe di un «membro di una brigata dell’opposizione siriana - e dunque non dello Stato islamico - catturato nei pressi di Sarmada, località a ridosso del confine con la Turchia nella regione di Idlib.

Intanto, continua la ricerca degli assassini del giornalista Jim Foley, ucciso dai guerriglieri che lo tenevano in ostaggio da due anni. Una ragazza affida a Twitter la glorificazione dell’uccisione del giornalista e afferma di voler essere la prima jihadista donna ad uccidere un britannico o un americano. Eppure lei è probabilmente di Lewisham, nel sud di Londra, giunta in Siria per sposare un militante islamista. La storia di Kadijah Dare, così come ricostruita attraverso un mosaico di tracce lasciate dalla giovane donna sui social network, impressiona in queste ore l’opinione pubblica britannica: impersonifica quella jihad cresciuta in casa che tanto fa paura. Dovrebbe avere attorno ai 22 anni, a Londra probabilmente frequentava il centro islamico del suo quartiere, nel sud della città, dopo essersi convertita all’Islam durante l’adolescenza. Ha voluto sposare un militante affiliato all’Isis e proveniente dalla Svezia: tutto organizzato su Facebook. Con lui ha avuto un bambino che adesso ha 4 anni e che compare sul suo profilo di Twitter, con un fucile AK47. Gli Usa hanno messo in chiaro che con i jihadisti non trattano, quale che sia la posta in ballo. Per la liberazione di James Foley i miliziani dello Stato Islamico in Iraq e Levante avevano chiesto un riscatto di 100 milioni. Ieri anche Papa Francesco ha fatto le condoglianze alla famiglia di Foley, di persona, con una telefonata, alla loro casa nel New Hampshire, come riferito dal sacerdote gesuita americano James Martin.

La linea della Farnesina sugli italiani rapiti nel mondo - sei i casi in questo momento - resta sempre la stessa: tutti i canali immediatamente attivati, silenzio stampa, massimo riserbo, contatti diretti solo con i familiari. Che, in queste ore, seguono con un misto di paura e speranza le voci che si rincorrono. Siamo ottimisti e speriamo di riabbracciare al più presto Vanessa e la sua amica Greta - ha detto il padre di Vanessa, Salvatore Marzullo - anche se l’angoscia cresce. (Redazione)


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Iraq, gli jihadisti decapitano il reporter americano James Foley
Dall’Europa via libera alle armi ai curdi. L'Italia pronta ad inviare un grosso carico

ROMA (Italy) - Gli jihadisti sunniti dello Stato Islamico si sono macchiati di un ennesimo atto barbarico. Hanno diffuso un video, dal titolo «messaggio all’America» in cui decapitano il giornalista James Foley, 40enne freelance di Boston rapito a fine 2012 in Siria. Nelle immagini si vede Foley in ginocchio con una tuta arancione, come quella indossata dai prigionieri di Guantanamo con alle spalle un uomo vestito di nero. Poco dopo si vede il corpo di Foley con la testa insanguinata poggiata in grembo.

I jihadisti dello Stato islamico dell’Isis hanno ucciso almeno 80 uomini e rapito 100 donne durante un attacco alla minoranza yazida nel nord dell’Iraq. L’attacco è avvenuto nel villaggio di Kojo, presso Sinjar.


Prima delle immagini della decapitazione si leggono delle scritte in arabo ed inglese spiegare che questa è la prima risposta promessa a Barack Obama per i raid aerei degli ultimi giorni contro Is. Raid che hanno portato gli Usa, su una superficie scivolosa verso un nuovo fronte di guerra contro i musulmani. Qualsiasi tuo tentativo, Obama, di negare le libertà e la sicurezza ai musulmani sotto il califfato islamico (il regime imposto da Is in parte di Iraq e Siria a fine giugno, ndr) porterà alla carneficina della tua gente.

Nel video parla lo stesso Foley che si rivolge ai suoi cari accusando gli Usa e Obama di essere responsabili della sua morte. Dopo il guerrigliero al suo fianco, che con un coltello taglia la testa a Foley, avverte che anche un secondo americano è nelle loro mani. Presentato come Steven Joel Sotloff, corrispondente di Time, disperso dall’agosto del 2013 in Libia, è indicato come la prossima vittima: Dipende dalle prossime decisioni di Obama. Le immagini sono terribili e sono già diffuse sul web ma Youtube l’ha rimosso.

L’Italia sta valutando l’invio di armi ai curdi, ma per la decisione politica è necessario il passaggio parlamentare sottolinea il ministro degli Esteri al termine del Consiglio. Abbiamo ricevuto da parte dai curdi richieste di sostegno e stiamo facendo una valutazione tecnica con loro e anche col ministero della Difesa. Col ministro della Difesa Pinotti abbiamo detto di essere pronti a riferire a commissioni esteri e difesa in ogni momento su questa eventualità, credo che sia giusto che il Parlamento abbia un coinvolgimento diretto in questo tipo di valutazione. In questo momento stiamo acquisendo l’esatta richiesta da parte del Kurdistan e dalle autorità di Baghdad - ha spiegato Mogherini - e stiamo attendendo di capire se le commissioni parlamentari di camera e senato vogliono essere coinvolte su questo punto, per poi procedere ad una decisione. Intanto il governo italiano ha dato il via al piano di assistenza umanitaria. Si tratta di sei voli - i primi due sabato - che porteranno innanzi tutto generi di prima necessità, quello che ci è stato richiesto dagli operatori sul terreno attraverso l’Unicef.

Dalla Svezia era arrivato un chiaro «no», il ministro Carl Bildt aveva ribadito che il suo Paese «non è una potenza militare, ma lo è nel campo dell’assistenza umanitaria e politica. È la cosa migliore che sappiamo fare». No anche dal collega austriaco Sebastian Kurz ha annunciato che il suo Paese non invierà armi e si concentrerà sugli aiuti umanitari. Germania alla finestra. Per il lituano Linas Linkevicius urgente stanziare ulteriori fondi per l’assistenza umanitaria ma allo stesso tempo fornire «assistenza militare, facendo di più per aiutare l’Iraq».


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Iraq senza pace. I terroristi dello Stato Islamico (Isis) seppelliscono ancora vivi migliaia di cristiani
Gli Stati Uniti iniziano a bombardare le basi dei guerriglieri. Anche l'Italia pronta ad intervenire
Chi sono gli adepti sanguinari islamisti che crocifiggono i nemici. La scheda dei cristiani Yazidi

ROMA (Italy) - Centinaia di yazidi uccisi e gettati nelle fosse comuni, in molti casi ancora vivi: è il governo di Baghdad ad accusare gli jihadisti sunniti dello Stato Islamico (Isis) di crimini di guerra commessi contro le minoranze nel Nord dell’Iraq. Esecuzioni mostruose, un leader molto carismatico, risorse finanziarie abnormi: storia dell'ex "Isis", l'organizzazione terrorista che avanza verso Bagdad, che persino Al Qaeda ha scomunicato e che in troppi hanno sottovalutato.

A un gruppo di 300 famiglie era stato dato l’ultimatum di ieri alle 12 per convertirsi all’Islam ma non è chiaro cosa sia avvenuto in seguito. Lo Stato Islamico di al-Baghdadi ha proclamato la nascita del Califfato sui territori di Siria e Iraq che controlla e sta cercando di estenderli, puntando a conquistare città e villaggi popolati da cristiani e yazidi.


A un gruppo di 300 famiglie era stato dato l’ultimatum di ieri alle 12 per convertirsi all’Islam ma non è chiaro cosa sia avvenuto in seguito. Lo Stato Islamico di al-Baghdadi ha proclamato la nascita del Califfato sui territori di Siria e Iraq che controlla e sta cercando di estenderli, puntando a conquistare città e villaggi popolati da cristiani e yazidi, fino a spingersi ad appena 30 km di distanza da Erbil, capitale del Kurdistan iracheno. L’intento del Califfo è fare giustizia dei yazidi, che professano una fede derivata dallo zoroastrismo e non appartengono dunque alle religioni monoteiste. La strategia del Califfo al-Baghdadi sembra essere la cattura di aree delle minoranze in Iraq, prima di affrontare il duello con gli sciiti delle regioni del Sud. Almeno 20 mila dei 40 mila yazidi esistenti si sono dati alla fuga e secondo il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, che ieri ha fatto tappa a Baghdad, serve una risposta comune a questo terrorismo per correre in loro soccorso. Alcuni dei fuggiaschi sarebbero già giunti in Siria.

Il portavoce del governo locale della città siriana di Qamishli, Juan Mohammed, ha riferito che oltre 20mila rifugiati yazidi ridotti alla fame stanno fuggendo attraverso il confine tra Iraq e Siria, sfidando le sparatorie attraverso un esile "passaggio sicuro" che le forze curde peshmerga stanno cercando di proteggere. Alcune donne avrebbero perso i loro bambini lungo il tragitto a causa della stanchezza e della paura. A quanto riferisce il portavoce, almeno nove combattenti curdi sarebbero rimasti uccisi mentre difendevano le colonne di profughi. "Sono a piedi nudi, sono stanchi e hanno lasciato tutto alle loro spalle" in Iraq, ha detto Mohammed. Senza un aiuto significativo subito, quelli che non hanno attraversato ancora il confine "saranno soggetti a genocidio", ha aggiunto il portavoce.

ISIS - Stato Islamico. Dopo aver autoproclamato la propria sovranità politica su Siria e Iraq, lo Stato Islamico ha proclamato l'intenzione di allargare il suo progetto di dominio, come suggerisce la stessa inclusione del "Levante" nella denominazione, anche su Giordania, Israele, Palestina, Libano, Kuwait, Cipro e una zona meridionale della Turchia (l'ex Vilayet di Aleppo). Attivo nella guerra civile siriana e in Iraq, dove ha occupato nel gennaio 2014 la città di Falluja, lo Stato Islamico è colpevole di numerosi crimini contro l'umanità. Questa organizzazione jihadista si è unita ad al-Qaeda nel 2004 prendendo il nome di al-Qaeida in Iraq. Oggi è capeggiata da Abu Bakr al-Baghdadi. Il rapporto tra al-Qaeida in Iraq e al-Qaeida si incrina nel 2005, quando emergono tensioni legate alla brutalità delle operazioni gestite dall'allora leader Abu Mu'ab al-Zarqawi, che rischiano di alienare il sostegno popolare al gruppo. La definitiva rottura delle relazioni con al-Qaeida avviene nell'aprile del 2013 quando Ayman al-Zawahiri disconosce l'appartenenza dell'ISIL al gruppo islamista, riconoscendo invece il Fronte al-Nusra come emanazione ufficiale di al-Qaeida in Siria. L'azione di disconoscimento viene ribadita nuovamente a febbraio 2014 con un comunicato di al-Qaeida diffuso via web. Al-Qaeida ha giudicato troppo estremi i propositi del movimento. L'obiettivo di ISIL è quello di imporre la Shariha nei territori controllati e di realizzare un grande califfato islamico sunnita, riunendo le regioni a maggioranza sunnita di Siria e Iraq, all'interno di un unico Stato.

Yazidi - Sinjar, la città irachena situata a 50 chilometri dalla frontiera con la Siria conquistata domenica scorsa dagli jihadisti dell'Isis (Stato islamico), é la "culla" secolare degli yazidi, una minoranza curdofona seguace di una religione pre-islamica, in parte derivata dallo zoroastrismo. Fino a una settimana fa a Sjniar vivevano 310.000 persone ma anche decine di migliaia di profughi in fuga di fronte all'avanzata sanguinaria dei fondamentalisti islamici. Quella yazidica è una delle religioni più antiche a memoria d'uomo, vecchia di almeno 4.000 anni, al punto da essere definita da molti studiosi "il museo dei culti orientali".

E' praticata da circa mezzo milione di persone, in primo luogo in Iraq ma anche in Siria, Turchia, Georgia, Armenia e Iran. Gli yazidi adorano "un angelo decaduto" (il "diavolo"), da loro rappresentato come un pavone. E ciò é valso loro l'appellativo di "adoratori di Satana", con conseguenti persecuzioni e ripetuti massacri. Gli yazidi sono invece una popolazione pacifica e tollerante. Sono circoncisi come gli ebrei, adorano il sole e credono alla trasmigrazione delle anime. Credono anche nell'esistenza di un dio buono, Khoda, dio della luce, e di un dio cattivo, Auz-Melek, il dio-pavone considerato da chi li perseguita il diavolo.

Secondo il loro "Libro della rivelazione", denominato anche "Libro nero", il creato é opera di sette dei. Nel culto yazidita, dato che il dio buono ispira solo sentimenti positivi é inutile adorarlo, mentre bisogna fare offerte e indirizzare preghiere a quello cattivo sperando di placare la sua malvagità. Perciò ogni anno il 10 agosto a Saadli, nella catena montuosa irachena del Jabel Sinjar, si svolge una processione durante la quale i fedeli si flagellano offrendo le loro sofferenze al diavolo. A Saadli c'é anche la tomba del loro santo, Adi Ibn Musafir, morto nel 1163: due fuochi restano accesi in permanenza per onorarlo.


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Iraq, 500 mila profughi scappano dalle milizie jihadiste di Al Qaeda. Richieste di aiuti umanitari
Mosul e Tikrit a ferro e fuoco, sono nelle mani degli occupanti

ROMA (Italy) - Combattimenti a Samarra, conquistati Mosul, l'intera provincie di Ninive e Tikrit; i jihadisti si avvicinano sempre di più a Baghdad. A Mosul rapiti diplomatici turchi. Sostegno all'Iraq da Usa e Iran, la Turchia chiede una riunione di emergenza della Nato.

Un vero e proprio esodo dalla città. Secondo l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, che ha raccolto le cifre fornite dalle sue fonti sul posto, circa 500mila abitanti hanno abbandonato le proprie case nelle ultime ore, in fuga dai guerriglieri dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante. I miliziani ribelli lanciano moniti attraverso altoparlanti agli impiegati governativi perché tornino al lavoro. E' davvero una situazione frammentata, non ci sono numeri conclusivi. Ma sono fino a mezzo milione i profughi che si avviano per raggiungere i campi in Giordania e Libano che già sono al collasso per gli alti numeri di disperati ricoverati


Situazione critica in Iraq. Oltre mezzo milione di civili è in fuga da Mosul, la seconda città dell'Iraq, caduta ieri nelle mani dei miliziani jihadisti dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante. Ieri avevano conquistato la provincia di Ninive e parte di quella di Salahuddin, e ora si trovano alle porte di Kirkuk. Il premier, Nuri al Maliki, ha chiesto al Parlamento lo stato d'emergenza, promettendo: "Armi a ogni cittadino disposto a combattere contro il terrorismo"

Secondo quanto riferito da fonti di Ankara e dalla polizia locale, gli insorti hanno preso in ostaggio 49 persone all'interno del consolato turco, tra le quali il console, alcuni agenti della sicurezza e tre bambini. Un responsabile turco ha detto che in seguito i prigionieri sono stati trasferiti al quartier generale dell'Isis in città e che tutti stanno bene. Anche 31 camionisti turchi sono prigionieri dei jihadisti da ieri, secondo il quotidiano Hurriyet.

E' davvero una situazione frammentata, non ci sono numeri conclusivi. Ma sono fino a mezzo milione i profughi. Questo sta succedendo in una regione che è già in enorme difficoltà. Sono stata in Iraq a marzo e già allora c'erano oltre 400mila profughi interni, nella provincia di Anbar. I numeri stanno aumentando in modo esponenziale e la capacità di mobilitare supporto per le persone è del tutto limitata: per i combattimenti, che sono molto violenti. E poi perché il mondo, per un bel po' di tempo ha girato la testa dall'altra parte, per la questione irachena. I profughi interni iracheni sono molto di più di quelli in arrivo dalla Siria. Intanto, la Commissione Europea ha aperto un ufficio nelle parte curda dell'Iraq, che potrà fornire assistenza ai profughi. Intanto, i profughi vanno dove già sono quelli siriani. In Libano, in Giordania. È una pressione incredibile, in un posto già devastato. È molto preoccupante.

Di che cosa hanno bisogno soprattutto i profughi iracheni? Hanno bisogno di sicurezza, che i combattimenti finiscano. Hanno bisogno di cibo, di ripari, di acqua. Al momento, per il cibo per esempio abbiamo raggiunto 50mila persone. Solo il 10% della popolazione interessata. Sarebbe molto importante dare subito il supporto alle organizzazioni umanitarie. Per le autorità irachene, ma anche per la comunità internazionale, i fondi devono arrivare velocemente. Ci sono difficoltà. Per la sicurezza, con i combattimenti molto intensi. Solo nella provincia di Anbar, raggiungere le persone con gli aiuti umanitari è incredibilmente difficile, l'accesso è davvero limitato. E poi questi combattenti, dell'Isis, o Isil, sono particolarmente crudeli. Poi soffriamo del fatto che gli aiuti umanitari si sono ridotti, anche perché ci sono state tensioni altrove, come in Siria. Ma anche perché il mondo si è stancato del problema iracheno, ma non è sparito. Ora sta tornando, ancora più forte, come se si fosse gettata benzina sul fuoco.


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Al Qaeda a 100 chilometri da Baghadad. Obama valuta un’azione militare in Iraq
Non si ferma l’avanzata dei miliziani. La Casa Bianca: tutte le opzioni aperte

ROMA (Italy) - Continua l’avanzata di Al Qaeda in Iraq. Dopo Mosul (seconda città del Paese), i miliziani jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) hanno conquistato anche la provincia di Baiji e Ninive e sono entrati a Tikrit, città natale del deposto e defunto presidente iracheno Saddam Hussein. Fonti di polizia hanno riferito che gruppi armati di terroristi dell’Isis sono penetrati in città da quattro punti a nord, sud, ovest ed est. Tikrit si trova a circa 200 chilometri a nord di Baghdad. Una rapida avanzata che nel pomeriggio ha raggiunto anche la capitale, colpita da un attentato suicida contro un quartiere abitato in prevalenza da sciiti, che ha causato decine di morti tra i civili.

Gli Stati Uniti alzano la voce: il presidente Barack Obama afferma di non escludere nessuna opzione, tantomeno quella militare, per andare in soccorso del governo filo-iraniano di Nuri al Maliki e difendere gli interessi di sicurezza nazionale americana.


Ben 4.500 soldati iracheni sarebbero stati catturati dai miliziani jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante nell’offensiva lanciata nella provincia di Salaheddin, a nord di Baghdad. E’ stato lo stesso gruppo ad annunciarlo su Twitter. Alcuni sostenitori dei miliziani hanno inoltre postato dei video su YouTube, la cui autenticità non può essere garantita, che mostrano alcune centinaia di persone in abiti civili che camminano in colonna lungo una strada. La voce dei video sostiene che sarebbero soldati della base militare Speicher, 15 chilometri a nord di Tikrit, che si sarebbero arresi ai jihadisti.

Miliziani jihadisti hanno inoltre circondato la raffineria di Baiji, a nord della capitale irachena. Lo riferisce il sito d’informazione turco World Bulletin citando fonti della sicurezza e un ingegnere che si trova all’interno della raffineria. Secondo il sito, i miliziani avevano già tentato di conquistare l’impianto martedì ma avevano poi desistito dopo aver raggiunto un accordo con alcuni leader tribali locali. Un testimone parla di almeno 50 veicoli dei miliziani disposti intorno alla raffineria, che è la più grande dell’Iraq.

Il presidente americano Barack Obama ha dichiarato che il suo governo sta esaminando “tutte le opzioni”, quindi anche quella militare, per aiutare il governo di Baghdad contro l’avanzata dei militanti islamisti. “La nostra squadra della sicurezza nazionale valuta tutte le opzioni”, ha spiegato Obama, che ha aggiunto di “non escludere nulla”. Il presidente americano è stato duramente attaccato dall’opposizione repubblicana per la sua risposta alla crisi irachena, precipitata con la conquista di Mosul da parte degli islamisti. “Era un anno che vedevamo questo problema arrivare - ha detto lo speaker della Camera, John Boehner - quelli sono a 100 miglia da Baghdad e il presidente che fa? Schiaccia un riposino”.

A intervenire sulla situazione è stato anche il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, in un comunicato diffuso a Parigi. “La comunità internazionale deve prendere in carico la situazione in Iraq”, dove i miliziani jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante “mettono gravemente in pericolo l’unità e la sovranità dell’Iraq” ha affermato Fabius. Il capo della diplomazia francese ha sottolineato che l’avanzata dei miliziani islamisti “pone una grave minaccia alla stabilità dell’insieme della regione”. I caccia dell’Aeronautica militare irachena hanno bombardato le postazioni dei jihadisti a Mosul. Lo ha riferito la tv di Stato, mostrando le immagini del raid. Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq, è stata conquistata martedì dai miliziani.

Alcuni blogger locali parlano di Baghdad come “una città fantasma’’ dove “tutti sono terrorizzati e stanno progettando di andarsene o di mettere in atto un proprio piano di sicurezza garantendosi cibo e carburante’’. Uno dei leader dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, il suo portavoce Abu Mohammed al-Adnani, ha trasmesso un appello ai jihadisti (ora controllano la maggior parte dei pozzi petroliferi nell’ovest) ad avanzare verso la capitale. Accerchiata poi dai miliziani Samarra, anche se l’esercito iracheno è riuscito a fronteggiare i ribelli che cercavano di entrare in città. L’esercito iracheno, secondo un comunicato del ministero della Difesa, ha anche ripreso il controllo di Tikrit. I guerriglieri curdi peshmerga, invece, hanno rivendicato il pieno controllo di Kirkuk.

Per tutta risposta, i miliziani hanno compiuto un attentato, fallito, contro il capo dei Peshmerga a Kirkuk, Jaafar Mustafa, che ha anche l’incarico di ministro per la sicurezza del governo della regione autonoma del Kurdistan. Con i miliziani qaedisti ad appena un centinaio di chilometri da Baghdad e padroni di ampie regioni dell’Iraq centro-settentrionale e della Siria orientale e nord-orientale, gli Stati Uniti alzano la voce: il presidente Barack Obama afferma di non escludere nessuna opzione, tantomeno quella militare, per andare in soccorso del governo filo-iraniano di Nuri al Maliki e difendere gli interessi di sicurezza nazionale americana. La Casa Bianca esclude comunque l’invio di truppe di terra e la Nato dal canto suo si chiama fuori da ogni coinvolgimento nella questione irachena.


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