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L'Iran celebra l'anniversario della rivoluzione strizzando l'occhio all'occidente
Migliaia di persone sono scese in piazza. Il presidente Rohani: pronti a negoziare sul nucleare

ROMA (Italy) - A Teheran e in tutte le città dell’Iran sono iniziate le celebrazione del 35esimo anniversario della rivoluzione islamica. Decine di migliaia di persone sono confluite nella Piazza Azadi per la cosiddetta alba dei dieci giorni – come si ricorda il periodo tra il 1 febbraio, giorno di rientro dell’Ayatollah Khomeini dall’esilio parigino e l’11 febbraio, giorno della vittoria della rivoluzione. In attesa un accordo definitivo sul programma nucleare di Teheran.

Ma la vera rivoluzione - ritenuta tale dall'intero occidente - è rappresentata dalla cacciata via del temutissimo ex presidente Mahmud Ahmadinejad fanatico islamista che - durante il suo lungo mandato di otto anni - ha duramente represso i bisogni democratici dei suoi concittadini. Negando la crescita del paese, infatti, ha contribuito a distruggere le libere aspettative della popolazione iraniana. Si è reso noto per le sue idee anti-sioniste nonché per le sue posizioni anti-americane e anti-occidentali.


Trasformazione dello stato e della società iraniani, guidata dalle forze religiose di ispirazione fondamentalista sciita che portò il paese dalla monarchia alla repubblica islamica. Alla fine degli anni ’70 la società iraniana era attraversata da forti tensioni sociali, determinate dagli squilibri introdotti dal processo di industrializzazione. Ma le proteste non finivano qui: centinaia di migliaia di intellettuali e studenti, spesso occidentalizzati e con simpatie marxiste per aver studiato all’estero, mal sopportavano la repressione del dissenso efficacemente attuata dal regime. Tuttavia, la goccia che fece traboccare il vaso fu l’assassinio nel 1977 di un figlio dell’Ayatollah Khomeini, massacrato in circostanze non chiare: le masse popolari gettarono subito le colpe sulla polizia politica irachena (Savak). Da allora, fu un susseguirsi di commemorazioni e repressioni cruente che partivano da manifestazioni di natura soprattutto religiosa. In seguito all’insediamento a Teheran di un partito di comunisti del Tudeh, le capacità organizzative del movimento di ispirazione religiosa superavano di gran lunga quelle dei partiti che, logorati da decenni di repressione, erano stati decimati e annientati.

Come centri di coagulazione del dissenso restavano invece, quasi inviolabili secondo il principio del bast (asilo), la moschea, la madrasa (scuola religiosa) e gli altri luoghi di studio religioso. Quando però lo scià rifiutò di trattare con il Fronte nazionale, centinaia di migliaia di persone invocarono apertamente la fine della dinastia, inducendolo a proclamare la legge marziale a Teheran. L'8 settembre (il "venerdì nero" iraniano) una manifestazione pacifica in una piazza della capitale venne sciolta dalle forze dell'ordine che uccisero decine di civili. Qualsiasi compromesso divenne impossibile, e una mobilitazione sindacale paralizzò anche l’industria del petrolio, con gravi ripercussioni sull’economia, già colpita dalle serate dei commercianti dei bazar, sostenitori dell’opposizione religiosa. Lo sciopero di un milione di dipendenti statali immobilizzò l’attività amministrativa. Successivamente le dimostrazioni, accompagnate da scontri con le forze dell'ordine, si estesero all'Iran occidentale (compreso il Kurdistan), rimasto in precedenza sostanzialmente estraneo alla mobilitazione contro il regime.

Quando Khomeini esortò i credenti (plagiando anche i meno convinti) a sacrificare il sangue per proteggere l'Islam e rovesciare il tiranno e i militari a disertare per unirsi al popolo, seguirono altri scioperi, dimostrazioni accompagnate da assalti contro commissariati di polizia e ambasciate occidentali e, in seno alle forze armate, sparatorie tra militari fedeli allo scià e seguaci dell'opposizione. Mentre le forze armate prendevano contatto con l'opposizione, Khomeini rientrò in patria e creò un governo provvisorio che cercò di ottenere dagli Usa l'estradizione dello scià. L'insuccesso provocò la caduta del governo e l'occupazione dell'ambasciata statunitense con la cattura di ostaggi che furono rimessi in libertà soltanto il 20 gennaio 1981.

Alla fine del 1979 un referendum sancì la trasformazione dell'Iran in Repubblica islamica, di cui, sotto la guida dello stesso Khomeini, fu primo presidente Bani Sadr. La sua successiva destituzione rese definitiva la frattura tra l'opposizione religiosa, ormai organizzata nel Partito della repubblica islamica, e le formazioni politiche di ispirazione laica, su cui si abbatté una repressione non meno sanguinosa di quella praticata dalla monarchia. Contrariamente a molte aspettative, la repubblica sopravvisse alla disastrosa situazione economica, politica e sociale in cui vide la luce, alla guerra scatenata dall'Iraq e alla morte dello stesso Khomeini. I rapporti politici ed economici con l'Occidente migliorarono dopo l'elezione di Rafsanjani alla presidenza della repubblica grazie anche alla comune avversione per il dittatore iracheno Saddam Hussein, messa alla prova con la guerra del Golfo nel 1991.

Per quanto riguarda i rapporti con l’Occidente, il presidente Rohani ha affermato davanti a migliaia di persone arrivate in piazza Azadi per il discorso di celebrazione del 35esimo anniversario della Rivoluzione islamica, che l’Iran è “determinato a tenere colloqui costruttivi evidenziando la volontà di raggiungere al più presto possibile un accordo definitivo sul programma nucleare di Teheran.
(Giulia Perez - 11 febbraio 2014 ore 19.00)


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